Le interviste di Renzo Miclet

Franz Thaler

di Renzo Miclet


Il ritorno dalla prigionia di Franz Thaler, prima da Dachau e poi dalla Francia, fu un succedersi di eventi drammatici, di sofferenze, ma nello stesso tempo di gioiose e angoscianti attese per poter rivedere la propria “Heimat”.
Da Novara in avanti, ad ogni stazione salutava con commozione i compagni di sventura, che scendevano dai vagoni del treno. Arrivato a Trento è salito con impeto su una locomotiva e tutto nero di carbone è arrivato a Bolzano.
Da Bolzano a Sarentino, a piedi, dolorante ed affamato e senza l’aiuto di nessuno per lui è stato un calvario. Ma voleva arrivare a Durnholz, al maso “Bachmann”, dove stava la sua mamma adottiva, che l’aveva cresciuto come un proprio figlio.
Lì c’era anche suo cugino e fratello adottivo, Nikolaus Brugger, erede del maso.
Nessuno, meglio di Nikolaus Brugger può descrivere chi era ed è Franz Thaler.
 
Da “Dimenticare mai”, 2004
“Nato in una famiglia numerosa di piccoli agricoltori, Franz Thaler, all’età di tre anni, venne accolto da noi al maso Bachmann come membro della famiglia. Era umile, sempre obbediente e grato per ogni manifestazione d’affetto.
Successivamente frequentò l’allora scuola italiana fascista. Era un bravo alunno; manifestava particolare attitudine per diversi lavori manuali che era solito eseguire durante il tempo libero.
Dopo l’ultimo anno di scuola, il 1939, vennero gli anni politicamente difficili. Suo padre scelse di rimanere in paese, anche per i suoi sei figli minorenni, e quindi il nostro fratello adottivo e cugino quattordicenne divenne un “Walscher”, come si diceva allora. Per lui ebbero così inizio le prime sofferenze a causa dell’imperante nazionalsocialismo, fu deriso e preso in giro da chi aveva optato per la Germania. Durante il 1944 avrebbe dovuto partire per la guerra; avendo già sentito tante cose negative sul nazionalsocialismo, decise di non obbedire alla chiamata alle armi e fuggì. Dopo alcuni mesi fu costretto a consegnarsi ai nazisti per evitare ritorsioni nei confronti dei genitori. Da quel momento ebbe inizio la sua via crucis che lo condusse attraverso molte prigioni e all’internamento nel campo di concentramento di Dachau; infine fu fatto prigioniero dagli americani. Alla fine dell’agosto 1945 tornò a casa grazie alla divina provvidenza, ventenne, fisicamente e psichicamente a terra; si riprese con grande fatica e lentezza. Imparò il mestiere del ricamatore di piume di pavone, contribuendo in modo rilevante a ricostruire e conservare le nostre tradizioni. Attualmente vive felicemente insieme alla famiglia nella sua casa paterna a Reinswald”.

Nikolaus Brugger,
contadino al maso Bachmann

Intervista

Franz Thaler è conosciuto nella nostra provincia per il suo libro Dimenticare mai pubblicato nel 1990. Conosco Thaler solo di vista, lo conosco in quanto personaggio pubblico, ma con lui non ho mai parlato personalmente.
A luglio di quest’anno lo vedo seduto nel bar centrale di Sarentino. Si sta gustando, con la classica calma sarentinese, un bicchiere di vino. Beve lentamente tanto quanto misura le parole ad ogni domanda che gli poni.
Entro nel bar e mi accerto che sia proprio lui. Chiedo conferma ad un avventore e poi al gestore: è proprio lui. Non si può confondere con gli altri, lui veste sempre col costume di Sarentino anche quando non è domenica o giorno di festa.
Mi avvicino, mi presento e chiedo se mi concede un’intervista sulle sue vicissitudini durante il ventennio ed in particolare sui suoi ricordi di scuola.
Dopo un primo momento di titubanza o forse per naturale diffidenza, quella tipica della gente di montagna, mi detta il suo numero di telefono e mi dice il numero civico della sua abitazione.
Perdo purtroppo il suo indirizzo, ma ritrovo facilmente il suo numero telefonico. Lo chiamo, mi dà la disponibilità per l’intervista, ma non riesco però a capire come trovare casa sua. Parla troppo sottovoce.
E’ un buon motivo per chiedere informazioni alla gente del posto. Mi fermo in alcuni negozi e bar; fermo persone per strada e chiedo a tutti dove abiti Franz Thaler, quello che ha scritto il libro “Dimenticare mai”, “Unvergessen ”, nel titolo originale.
Sono tutti gentili e premurosi. Mi danno delle indicazioni così precise che la sua casa la troverebbe anche la persona più sprovveduta. Le informazioni rimangono però tali, nessuno che faccia spontaneamente un commento sulla persona, che dica qualcosa del suo libro o chieda perché io lo cerchi.
Nell’intervista che segue porrò a Franz Thaler il perché di questo atteggiamento della gente della sua valle.

D. Ho letto il suo libro e penso che l’intervista non possa che partire da quello che lei ha scritto e pubblicato. Quanto tempo ha adoperato per scrivere queste pagine?
R. Non volevo, non ho mai pensato di scrivere un libro. Volevo solo ricordare la mia triste esperienza come “Dableiber” e come prigioniero a Dachau: doveva essere una memoria scritta per me e per i miei familiari.. Ho adoperato circa dieci anni a scrivere questo diario postumo. Poi un giorno...

D. Il titolo del suo libro è Dimenticare mai e lei parla sempre di perdono. Una volta però lei non ha perdonato, almeno così sembra. Le leggo il passo del suo libro: nel cortile dietro giacevano a terra un gran numero di SS passati per le armi. Un SS era ancora in vita e cercava di rialzarsi. Ma un paio di colpi lo stesero definitivamente. Passando, commentammo che gli stava bene, che per loro si trattava della giusta punizione.
R. E’ vero…., eravamo liberi, anche allegri, il peggio era passato, era una liberazione per noi, eravamo fuori dal campo di concentramento, c’erano gli americani.
Umanamente forse si può capire…. La nostra felicità la pagammo però a duro prezzo. Appena liberati ed ancora affamati abbiamo cercato qualcosa da mettere sotto i denti e siamo corsi nelle baracche a frugare. Ma non c’era niente. Abbiamo solo trovato i vestiti delle SS e allora abbiamo detto: … cambiamoci almeno i vestiti. Così abbiamo indossato le camice pulite degli SS; le nostre erano piene di pidocchi. Gli americani ci hanno così scambiati per tedeschi anche perché …ci avevano scovato non già nella parte del Lager dei detenuti, ma in quella delle SS. Ci hanno messo al muro con le mani sulla testa. Solo dopo hanno capito che eravamo dei prigionieri, ma sono stati momenti di paura, come facevamo a spiegare il tutto?

D. La liberazione da parte degli americani le ha però riservato ancora delle brutte sorprese: ha passato tre giorni da “prigioniero”, nel campo di prigionia in Francia. Cos’è successo?
R. Quale valore avesse allora il pane per noi oggi non riusciamo quasi più ad immaginarcelo… Anche le briciole più piccole venivano immediatamente raccolte da terra… Parlavamo di cibo in modo bambinesco, mendicavamo un pezzo di pane o un cucchiaio di minestra…. Un pomeriggio, stavo andando come al solito in cucina per prendermi la minestra. Un filo spinato separava la cucina dal resto del campo. Arrivato al passaggio, dove c’era sempre un prigioniero che faceva il piantone, questo mi fermò dicendomi che non poteva far passare nessuno che non fosse completamente vestito. Come altre volte indossavo solo una camicia e un paio di mutande corte, cosa che finora non aveva disturbato nessuno. Dopo un breve diverbio passai dritto davanti al piantone e andai in cucina…

D. Lei aveva disubbidito, come mai non ha accettato la punizione?
R.
Non pensavo mai, che per un fatto così insignificante dovessi subire anche questa umiliazione. La prigione era situata nella piazzola del campo ed era formata da una tenda, aperta sul lato anteriore. Al centro della tenda c’erano, appoggiati direttamente sulla terra nuda, un tavolino traballante e un paio di sedie. Intorno alla tenda c’era uno steccato di filo spinato….Ero passato di là un giorno, e ammetto che guardavo con disprezzo quegli uomini che vi erano rinchiusi a causa di furti e di risse che ne erano seguite. Ora ci dovevo entrare io stesso. Ero diventato doppiamente prigioniero e di questo dovevo ringraziare un sudtirolose di cui non voglio dire il nome, anche se mi ricordo bene di lui. Ricordo nitidamente il “giovane galletto” che era a quei tempi. Probabilmente era uno di quei sudtirolesi che, appena potevano, barattavano il tanto celebrato cameratismo per una posizione di potere.

D. Ma lei ha passato anche una notte a Dachau da uomo libero, chiuso dentro il lager, che è oggi diventato un museo. Le è successo esattamente due anni dopo la sua liberazione.
R. Ehh sì, è successo anche questo, ma… (Thaler sorride). Arrivai verso mezzogiorno e decisi di visitare il campo in modo approfondito. Non guardai l’orologio e così superai l’orario di visita di mezz’ora….ero intento a fotografare lapidi nascoste da alberi e cespugli, il personale di servizio non si era accorto di me. Ai custodi del campo marito e moglie, chiesi di uscire, ma non mi è stato possibile e così fui gentilmente ospitato a casa loro.
Non riuscivo ad addormentarmi, quella sera. I pensieri più diversi mi passavano per la testa. Mi trovavo nell’edificio dei forni crematori. Era nitido il ricordo del fumo che usciva dal forno crematorio, e che, a seconda del vento, spargeva per il campo la puzza delle ossa bruciate. Riuscivamo a stabilire se quelle bruciate erano vittime appena arrivate con ancora un po’ di grasso attorno. In quel caso il fumo aveva una colorazione giallo-nera.

D. Parlando ancora di perdono, cos’ha provato il giorno in cui, lei e suo fratello, avete incontrato per strada uno dei responsabili della sua deportazione?
R. E’ stato difficile, molto difficile. …scorsi un uomo in costume da festa venirci incontro. Lo riconobbi immediatamente: era uno dei responsabili che avevano promesso a me e ai miei genitori che non avrei avuto conseguenze a causa della mia obiezione di coscienza, quando invece mi avevano fatto condannare e deportare a Dachau. Mi sentii gelare, poi inondare di calore, e di nuovo fui colto da quella paura che sempre nel passato avevo provato di fronte a queste persone.

D. Se lei non fosse tornato vivo da Dachau, c’era comunque qualcuno pronto a “vendicarla”.
R. Amici che condividevano il mio dramma ce n’erano. Credo che per lui - il collaboratore nazista - il mio ritorno a casa fosse un sollievo, anche se per altri versi continuavo ad essere una spina nel suo cuore. …quest’incontro aveva offuscato la felicità del ritorno. Quella fu per me, probabilmente la prima prova del perdono…

D. Vive ancora questa persona?
R. No, è già morta vent’anni fa.

D. L’ha perdonata?
R. Sì, io ho la forza di perdonare, ma anche quella di non dimenticare, quella l’avrò sempre.

D. Lei ha avuto problemi con la gente del posto quando è stato pubblicato il suo libro?
R. Sì, solo un poco. Solo con i “Frontkämpfer”. Mi dicevano: “Cosa vuoi scrivere tu che non sei stato al fronte.” Allora io rispondevo: “Perché non scrivete voi un libro?”

D. I “Frontkämpfer” sono gli stessi che hanno voluto trasformare il monumento ai caduti in guerra a monumento agli eroi di guerra? Il monumento, che voi sopravvissuti, avete voluto erigere nel cimitero di Reinswald?
R. Sì, proprio loro. Facemmo fare una lapide di marmo, sulla quale erano incisi i nomi dei caduti e dispersi del nostro paese... Così era più facile ricordarsi delle vittime della guerra e pregare per loro. Ogni anno si faceva una commemorazione e partecipava commossa tutta la popolazione. Dopo alcuni anni, la commemorazione subì un lieve cambiamento. Le vittime della guerra furono trasformate in eroi di guerra. Ma chi aveva compiuto atti di eroismo per Hitler? Solo quelli che prima erano stati vittime della propaganda menzoniera potevano diventare eroi di guerra. Gli altri furono costretti a combattere sotto la minaccia della fucilazione o - che era ancor peggio - della deportazione nei campi di concentramento. Tutti eravamo vittime della guerra. Furono invitati “eroi” da fuori, e per noi “traditori” o “criminali” non c’era più posto. Solo quelli erano davvero valorosi, quelli che fino all’ultimo avevano combattuto, fedeli al Fürer, potevano mettersi in mostra da “eroi” davanti al monumento ai caduti... Dopo la celebrazione in chiesa iniziavano a raccontare i propri atti di eroismo e ascoltando con attenzione si potevano sentire parecchie magnificazioni di Hitler.

D. Nel giornale Alto Adige di giovedì 9 settembre 2004 è apparso un articolo dal titolo: “Ai disertori stessi benefici dei reduci”. Questo provvedimento, che nella nostra provincia riguarda soprattutto i “Dableiber”, dice la vice-presidente della giunta regionale, è un giusto riconoscimento agli antifascisti e antinazisti. Il, presidente dell’Associazione nazionale combattenti e reduci protesta invece contro questa decisione ed afferma: “Noi abbiamo rischiato la vita in guerra, loro si sono nascosti.” Non le pare che questo fatto sia analogo a quanto successo per il monumento tanto caro a lei?
R.E’ più o meno la stesa cosa. Questo succederà finché chi ha sbagliato non avrà il coraggio di ammettere i propri errori.

D. Chi è contrario ad equiparare detenuti e prigionieri nei campi di concentramento, disertori e partigiani ai reduci e combattenti è un italiano, non un sudtirolese.
R.R. E’ lo stesso. Per questa gente sono eroi solo quelli che sono andati al fronte. Sono eroi anche se hanno combattuto per Mussolini o Hitler.

D. Non pensa che gli italiani non conoscano abbastanza la storia che ha segnato la nostra provincia? Gli italiani sanno chi sono i “Dableiber”? Cos’ è successo a loro?
R. Non credo. La cosa non mi stupisce. Quando andavo a Bolzano col costume sarentinese, gli italiani pensavano che io fossi un terrorista. Ho spiegato a loro più di una volta che il vestito che indossavo era quello della mia valle e che io non avevo niente a che fare con gli Schützen.
Mi spiegavo parlando con l’italiano che conosco; non lo parlo bene, e molte volte, dopo essermi sforzato a parlare nella loro lingua mi hanno offerto anche un caffè o un bicchiere di vino. Con gli italiani parlavo volentieri anche in campo di concentramento: avevano un cuore così grande, ma i tedeschi, i nazi, al posto del cuore avevano sasso qui dentro.

D. Lei pensa che ci siano ancora dei sudtirolesi che considerano i “Dableiber” dei traditori e non persone invece degne di riconoscimenti in quanto antifascisti ed antinazisti?
R. Purtroppo fra i sudtirolesi ce ne sono ancora molti che non hanno dimenticato il nazismo, anzi…

D. Saranno una minima percentuale, un dieci per cento forse?
R. No! Sono molto di più. Pensi agli Schuetzen e a chi li comanda.

D. Quando lei va in paese, ha occasione di parlare con le persone del posto, della sua prigionia, di quanto le è accaduto?
R. Non chiede niente nessuno. Di me sanno tutto: quello che mi è successo e che cosa penso di quel brutto periodo. Sanno che io dico la verità e a qualcuno la verità fa male. Ma io adesso sono duro. Non ho paura di nessuno. Ma io parlo poco. Se qualcuno chiede, allora io racconto della mia storia, ma solo se uno chiede.

D. Alcuni anni fa lei ricevette uno schiaffo da una persona che non condivideva le sue opinioni. E’ vero?
R. Sì, anche se i giornali hanno esagerato, ho solo ricevuto una “sberletta”, ma posso però dire che tutti gli altri presenti mi hanno difeso. Io ho solo detto: “vergognati, vergognati”.

D. Cos’è successo?
R. Mi trovavo in un locale pubblico e mi si è avvicinato un giovane che voleva parlare della mia storia e pretendeva che io dicessi che suo nonno non era un collaboratore nazista e che non aveva niente a che vedere con la mia prigionia. Non lontano da lui sedeva il padre di questo giovane e lo aizzava affinché io facessi queste affermazioni. Ma io non cedevo, anzi dicevo con forza la verità. Allora il giovane mi ha colpito, ma non forte.

D. Non le è sembrato di ritornare indietro? Quando - i “Walschen” erano oggetto di derisione ovunque , anche in chiesa la gente ridacchiava e parlava alle loro spalle. Sul sagrato della chiesa e lungo la strada per arrivarci, la gente li salutava con un sonoro “Buon giorno”. Non potevamo più frequentare certe osterie. In altre, la sedia dove si era seduto un “Walscher” veniva pulita?
R. No, i tempi sono cambiati. E poi come ho detto prima sono stato difeso. Di gente però che non vuole sentire la verità ce n’è ancora.

D. Il canonico Gamper ha avuto un’influenza determinante nella scelta che fece suo padre, ossia restare in Sudtirolo. Il canonico aveva parlato solo alla sua famiglia o a tutto il paese?
R. A tutto il paese, a tutti quelli che lo volevano ascoltare.

D. Secondo lei la Chiesa ha fatto tutto il possibile per far capire alla popolazione sudtirolese quello che realmente stava succedendo?
R. No, proprio no. Anche la Chiesa aveva paura. C’è da dire che la propaganda nazista era ben organizzata e non lasciava in pace nemmeno la Chiesa. Giunsero in Valle dei gruppi canori bavaresi. Nella frazione di Unterreinswald furono ben accolti. Presto questi cantanti fecero la loro apparizione anche a Durnholz dove vivevo. Sul coro cantavano canzoni tedesche. Poiché il loro arrivo era stato annunciato affluì molta gente. Una volta il parroco fece un’osservazione pungente perché i presenti in chiesa si erano voltati spesso verso il coro. Egli disse: “Ci sono per caso santi più importanti lassù che sull’altare?”

D. In prigione con lei, a Silandro, c’erano anche dei preti…
R. Sì, ma erano quelli che hanno avuto il coraggio di dire la verità, di avvertire la gente di quello che stava succedendo in Germania.

D. I partigiani in Val Sarentino erano molti?
R. Circa una trentina.

D. Li deve ringraziare?
R. Sì, se non altro perché avevano messo paura ai “nazi” locali. Se io e miei fratelli non fossimo tornati, ai collaboratori qualcosa sarebbe sicuramente successo.

D. A Dachau lei aveva stretto rapporti di amicizia con prigionieri italiani. Lei parlava bene l’italiano?
R. Bene non tanto, ma sufficientemente per parlare con loro, specialmente la sera quando si ritornava in baracca. Durante il lavoro era proibito parlare. Qualche volta li ho potuti anche aiutare perché loro non capivano gli ordini che venivano dati in tedesco.

D. L’italiano lei lo ha imparato a scuola durante il fascismo…
R. Sì, sono andato a scuola italiana, l’unica che c’era dal 1931 al 1939.

D. Ha frequentato la scuola di Reinswald?
R. No, quella di Durnholz. A tre anni io sono stato affidato ad uno zio che abitava lì.

D. Eravate in tanti a scuola?
R.Venti, forse venticinque.

D. I maestri parlavano il tedesco?
R. No assolutamente. Parlavano solo in italiano, venivano dal centro Italia, anche dal sud. Per lo più erano maestre e non avevano la vita facile. Abitavano a Campolasta ( piccolo paese distante circa 9 Km dalla scuola) e ogni giorno dovevano raggiungere la scuola a piedi. In inverno era dura, faceva molto freddo e la neve era spesso molto alta. Dovevano venire con qualsiasi tempo.

D. Come facevate a capirvi?
R. I compagni più vecchi, quelli di quarta e quinta ci aiutavano, facevano da interpreti. Ho imparato volentieri l’italiano, mi piaceva. Dovevamo parlare in italiano anche durante la pausa, ma noi parlavamo tedesco

D. Lei ha frequentato le Katakombenschule?
R. No. Io volevo imparare l’italiano, mi piaceva. E’ sempre bello se si imparano tante lingue .

D. E con le marce del sabato fascista, le commemorazioni e le feste, come andava? Partecipavate?
R.Sì, sì, si cantava e si facevano giochi.

D. Ha un ricordo brutto della scuola fascista? Una cosa da dimenticare?
R. No, ci penso, ma non c’è. Andavo a scuola volentieri.

D.Anche gli altri compagni andavano a scuola volentieri?
R. Dipendeva dalla famiglia. Se gli dicevano: “Cosa vuoi imparare l’italiano!” Allora… A me i genitori non hanno mai detto di non studiare, ma i figli di quelli che erano un po’ nazi non studiavano e non imparavano .

D. Ma era pur scuola fascista. E i fascisti andavano d’accordo con i nazisti.
R. Anche i fascisti non erano persone dabbene, ma io dico che erano meglio dieci Mussolini che un Hitler.

D. Qui nel suo laboratorio vedo ancora attrezzi da lavoro, tutti ben ordinati, ma pronti ancora per l’uso. Fa ancora l’incisore come quando era fuggito nei boschi? …Spesso mi mettevo a lavorare seduto su un grande abete rosso. Cercavo un grande ramo molto in alto, dove nessuno poteva vedermi e mi sedevo; sul ramo fissavo la mola a mano. Così avevo una bella vista e lavorando potevo guadagnare i soldi necessari per comperarmi da mangiare.
R. E’ il mio passatempo, lavoro ancora l’argento e incido anelli, braccialetti e accendini. Questo mi ricorda quando ero in prigionia in Francia. Nel campo venivano costruiti molti oggetti; utilizzando le scatole di latta si costruivano delle scatole da tabacco o oggetti simili. Poiché io avevo imparato un po’ ad incidere, scrissi il mio nome sulla gavetta e la decorai con dei fiori. Quando gli altri videro questa decorazione, alcuni mi chiesero di fare la stessa cosa per loro. Fu così, che con tre-quattro ore di lavoro, potevo guadagnarmi un paio di bocconi di pane che molti altri mi invidiavano. Quale valore avesse allora il pane per noi oggi non riusciamo quasi più ad immaginarcelo… Parlavamo del cibo in modo bambinesco, mendicavamo un pezzo di pane o una cucchiaiata di minestra. Mi congedo dal signor Thaler non prima di aver ammirato i suoi lavori da artigiano incisore e ricamatore. Mi saluta cordialmente e mi regala un bel portachiavi ricamato con penne di pavone. Mi chiede di andarlo a ritrovare, ha ancora tante cose da raccontarmi.