6. Itinerari didattici

a. L'ambiente raccontato  b. Mestieri  c. Fascino e paura del diverso 

di Milena Cossetto, Elena Farruggia, Alois Weber

Come tutte le popolazioni nomadi, gli Zingari sviluppano nel tempo una grandissima abilità tecnica che consente loro non solo una relativa autosufficienza economica, ma anche la possibilità di proficui scambi commerciali con i sedentari con cui vengono in contatto.

E’ necessario inoltre riflettere sull’importanza in ogni attività economica, sia commerciale che produttiva, dell’intreccio tra le varie culture ed esperienze: girando tra l’Asia, l’Africa, l’Europa dell’est e Europa occidentale, nel tempo essi acquisiscono e perfezionano tecniche, conoscenze, abilità, (oltre a prodotti o addirittura costumi) sconosciute in altri luoghi, che fanno proprie, che si tramandano da gruppo a gruppo e che diffondono nei loro spostamenti.

Risultano così nell’Europa preindustriale un tramite importantissimo di commercio e di scambio culturale, specie nel mondo rurale: pur rimanendo spesso ai margini dei villaggi (e pur con esempi di diffidenza nei loro confronti) il loro arrivo come fabbri, calderai, falegnami, commercianti, ”veterinari” e venditori di ”rimedi” contro i mali del corpo e dell’anima, oltre che suonatori, giocolieri, circensi e ammaestratori di animali, è atteso dalla popolazione e risulta fondamentale per molte delle esigenze materiali dei villaggi stessi o delle case isolate nelle campagne.

”Secondo l’epoca e il paese, gli Zingari si adattano ai bisogni locali. Riempiono i vuoti. Là dove la massa dei contadini è priva di artigianato vi portano il loro ed esercitano dei veri e propri monopoli: nei paesi dove trovano al loro arrivo un artigianato che corrisponde sufficientemente ai bisogni della popolazione, cercano altre risorse.”1

Inoltre proprio le abilità tecniche e l’estrema specializzazione in alcuni campi (come la lavorazione del metallo o l’allevamento dei cavalli) saranno in alcuni casi lo strumento di inserimento nel tessuto sociale e di parziale o totale sedentarizzazione di alcuni gruppi di Zingari: è quanto avviene per l’allevamento dei cavalli in Ungheria, o per i fabbri e i calderai nell’isola di Corfù (già documentati dal XIV secolo), per i fabbri nell’Italia meridionale: in Puglia ad esempio alcuni Zingari colpiti da decreto di espulsione nel 1635 non vennero infine cacciati proprio perché si appurò che lavoravano tutti come fabbri pagando regolarmente le tasse allo stato: tengono le loro famiglie, e case in due Città, e Terre, dove fanno l’incolato, e sono nati, e vivono con le loro mogli, e figli, e portano li pesi conforme tutti l’altri cittadini con pagarne li pagamenti fiscali, alloggiamenti; ed ogn’altra contribuzione, e non sono inquisiti de delitto nessuno, vivendo con loro arte de forgiare, e di seminare, ed altri loro esercizi.”2

La tradizione zingara nel lavorare il metallo affonda nella notte dei tempi: si narra addirittura che siano stati loro a introdurre il bronzo in Occidente.

Leggende a parte, l’abilità nelle lavorazioni del ferro e dei metalli in genere è, come abbiamo visto, storicamente documentata a partire dal XIV secolo e così fortemente collegata al mondo zingaro che in alcune zone (come ad esempio la Sicilia) l’appellativo ”zingaro” è stato usato per indicare chiunque lavorasse il metallo.

La vita nomade, i continui spostamenti richiedono che la grande specializzazione tecnica sia supportata da attrezzature semplici e facili da trasportare.

Per lo più gli attrezzi consistevano dunque in una incudine (a volte sostituita da un semplice sasso), due soffietti di solito in pelle di capra, un paio di pinze, un martello, una morsa, una lima, un piccolo fornello o una mola conica.

Con questa strumentazione essenziale lo Zingaro lavorava nell’accampamento, di solito seduto all’aperto (ma anche sotto una tenda quando la stagione era particolarmente inclemente), aiutato dalla moglie o dai figli che manovravano il mantice.

Il suo lavoro era indispensabile soprattutto per le comunità isolate, che potevano così acquistare ogni oggetto in metallo indispensabile per il lavoro nei campi o nella casa (falci, falcetti, vomeri di aratro, chiodi, punteruoli, aghi, coltelli, spiedi, paletti, tripodi, pentole, paioliÖ) o farsi riparare quelli rotti o usurati, caldaie comprese.

Gli Zingari erano ottimi gioiellieri in grado di soddisfare nel loro commercio ambulante anche le richieste più economiche; oltre a lavorare l’oro e l’argento, infatti, sapevano produrre mirabili collane, orecchini, bracciali utilizzando il semplice stagno o il rame argentato.

Gli Zingari erano anche abili falegnami e tornitori: producevano casse per riporre i vestiti e la biancheria, oltre a vassoi, piatti e cucchiai in legno, che vendevano ”al minuto” ma anche agli stessi mercanti. La produzione di oggetti in legno era soprattutto praticata nei paesi balcanici e dell’Europa centrale. Ad essa spesso si affiancava la abilità nel lavorare il vimini; in Francia fino a tutto il XIX secolo spesso i venditori di cesti di vimini erano Zingari.3

Per renderci conto di quanto e quanto a lungo sia stato importante il mestiere di commerciante di cavalli dobbiamo riflettere su come sia breve, in un’immaginaria linea del tempo, la spazio in cui l’uomo ha fatto uso dei sistemi di locomozione che a noi oggi sembrano quasi essere sempre esistiti: automobili, treni, aerei; fino al XIX secolo in assoluto, e ancora per tutto il XX in alcune zone del mondo, invece, il cavallo, il mulo, l’asino erano gli animali più usati per gli spostamenti di uomini e merci.

Dalla loro comparsa in Europa fino a tutto il XX secolo, il commercio dei cavalli È stata la professione principale o accessoria di numerosi Zingari: una formula di ringraziamento molto in uso è: ”Ti auguro che i tuoi cavalli vivano a lungo”.4

La conoscenza dei cavalli, l’arte di curarli e di accudirli, l’amore per le cavalcature erano requisiti fondamentali per la loro vita nomade: nei loro spostamenti i cavalli servivano a una parte degli uomini, a qualche donna e ai bambini piccoli; altri utilizzati come animali da soma erano carichi di materiali e provviste; altri ancora erano attaccati ai carretti.

Ma gli Zingari non tenevano i cavalli solo per proprio uso: li compravano, li vendevano, li scambiavano; proprio grazie alla fama che li contraddistingueva, alle loro frequentazioni dei più importanti luoghi di mercato degli animali, alla conoscenza delle strade, per lungo tempo (e in alcuni paesi ancora oggi) furono considerati i migliori mediatori o comunque esperti da consultare per l’acquisto di una buona cavalcatura.

Allo stesso modo l’arte di guarire i propri cavalli ne faceva anche degli abili veterinari, chiamati spesso dai contadini per curare il bestiame ammalato. In alcune zone d’Europa, in particolare in Francia e in Spagna, gli Zingari praticavano anche il commercio di muli e di asini; tra i Gitani di Spagna inoltre numerosi erano i tosatori di muli, che spesso nel loro lavoro ambulante si spostavano fino in Francia.

Nel loro continuo spostarsi da un luogo all’altro, fin dalla loro comparsa in Europa i gruppi Zingari affidarono alle donne (e ai bambini) un particolare compito di sostentamento, praticato ancor oggi: la raccolta delle elemosine.

Le donne zingare eccellevano nell’arte di impietosire i sedentari e farsi dare non solo denaro ma ogni sorta di provvigioni (cibo, vestiario, utensili) a volte esercitando semplicemente una notevole capacità di persuasione, a volte facendo leva sul timore, il pregiudizio, la paura.

Spesso accompagnavano questa attività con la lettura della buona ventura, tanto che chiromante e zingara divengono presto quasi sinonimi: fin dal Cinquecento sia nell’arte sia in letteratura la rappresentazione più tipica della Zingara è quella che la raffigura nell’atto di leggere la mano.

Attribuire agli Zingari poteri straordinari che consentono di leggere il futuro significa anche, specie in epoche in cui medicina e magia sono ancora strettamente collegate, riporre fiducia nelle loro capacità di guarire; per questa ragione (e per la loro effettiva conoscenza di erbe e sostanze medicinali, e addirittura delle tecniche chirurgiche)) il ricorso alle cure degli Zingari non era praticato solo negli ambienti popolari, ma diffuso talvolta anche tra l’aristocrazia: in un curioso disegno del XVI secolo, incluso nella Raccolta di Arras, in cui è raffigurata a mezzo busto una Zingara, la didascalia recita: l’Egiziana che rese salute mediante arte di medicina al re di Scozia abbandonato dai medici.5

La loro competenza chirurgica era inoltre così riconosciuta che i chirurghi olandesi nel XVII secolo facevano a volte il tirocinio presso gli Zingari.6

Per quanto possa sembrare curioso numerosi Zingari, soprattutto nel XVII e XVIII secolo servivano negli eserciti. Erano ricercati per la loro resistenza, la forza fisica, la conoscenza dei luoghi e in particolare di sentieri segreti e nascondigli, per la loro abilità nelle sorprese e nelle imboscate; ma anche e soprattutto perché il mestiere delle armi era fortemente legato alla loro tradizione.

Infatti al loro apparire in Europa nel XV secolo, gli Zingari si presentavano frequentemente in bande armate: la ”grande banda” di Sindel, la banda del Duca Andrea etc. ”Le tappezzerie di Tournai, dell’inizio del XVI secolo, mostrano Zingari con un bastone in mano o sulle spalle, una daga alla cintura, una spada dritta o una sciabola curva. I pedoni e i cavalieri Zingari, rappresentati su quattro incisioni di Callot, sono simili a uomini di guerra, abbigliati con grandi cappelli dai lunghi pennacchi o penne, stivali a imbuto; al fianco sinistro hanno la spada e a quello destro la daga ad anello, l’archibugio a ruota o la pistola lunga ad armacollo, la mezza picca in mano o il moschetto sulla spalla.”7

A volte si arruolavano individualmente, a volte intere bande zingare si univano alle truppe in guerra.

Anche le donne (mogli o figlie di soldati), seguivano gli spostamenti dei reggimenti in cui prestavano servizio i loro uomini, spesso con il ruolo di vivandiere o di lavandaie della guarnigione.

Durante la guerra dei Trent’anni, lo scrittore (e soldato) tedesco Grimmelshausen scrisse un romanzo picaresco, La vagabonda Courage, che ha per protagonista, appunto, una vivandiera moglie di un luogotenente Zingaro assoldato nell’esercito; il personaggio, in tutta la sua tragicità, sarà ripreso nel Novecento da Bertolt Brecht nel testo teatrale Madre Courage.

Tra gli Zingari francesi era spesso praticata anche la professione di maestro d’armi.8

Mi chiamo Annibale Niemen, zingaro sinto. Sono nato in gennaio, nel 1944, da Niemen Nello e Dubois Margherita. [..] Mio padre proviene da una delle più antiche famiglie di artisti d’Italia. Mio nonno paterno gestiva un circo, lasciatogli da mio bisnonno[…]

Mia nonna, a sua volta, apparteneva ad un’altra grande famiglia di artisti, molto antica, la famiglia De Bianchi. La loro unione diede vita al più grande circo che girasse l’Italia in quei tempi, «il Circo degli Angeli volanti». A loro volta le due famiglie erano imparentate con un’altra grande famiglia di circensi, la famiglia Gerardi, che erano noti con il nome di «I Diavoli del Trapezio». Il circo, quindi, era a conduzione familiare e gli spettacoli erano maestosi. Erano in tutto una settantina di persone, quasi tutte giovani. Allora, come oggi, ai bambini dai tre anni in su si insegnavano i numeri del circo, dall’acrobatica, che comprende tutti i numeri a terra, ai numeri volanti. Imparavano l’arte dei giocolieri (joungleur), dei domatori e addestratori di cavalli, via via fino alla musica, secondo le loro attitudini.

Mio zio Guido era il comico. Oggi si chiama il clown; per noi è Toni, lo scemo. [..]

Nei periodi invernali, quando la neve non permetteva che si alzassero i teloni, ci si divideva in squadre. Alcuni andavano nei paesi limitrofi e improvvisavano spettacolini nelle osterie, altri si recavano con il «carro di Tespi» nelle fattorie e portavano in scena storie importanti come «I Promessi Sposi», «Il Fornaretto di Venezia», «Pia de’Tolomei» e, nel periodo di Pasqua, «La Passione di Cristo». Altri ancora, con le marionette, facevano spettacoli nelle sale parrocchiali, oppure nei pochissimi teatri comunali («le serate») o giravano paese per paese, fattoria per fattoria, suonando i propri strumenti in veri e propri incontri musicali.”9

Girare per i paesi, le città, proponendo spettacoli di vario genere è un’attività praticata ancor oggi ma che affonda le radici nella più antica tradizione zingara. Fin dal Cinquecento nelle fiere, nelle piazze, gli Zingari proponevano spettacoli di acrobazia, di giochi di prestigio, di marionette.

In un mondo privo delle forme di comunicazione e divertimento che oggi conosciamo (giornali, cinema, televisione, discoteche), le fiere, le sagre, le piazze erano i luoghi deputati al divertimento ma anche in cui si scambiavano informazioni, si veniva a conoscenza delle opere (o di parte di esse) rappresentate nei veri teatri, si rimaneva strabiliati di fronte a costumi e rappresentazioni esotiche.

Tutto questo genere di esperienze veniva spesso portato dagli Zingari.

Uno degli aspetti più stupefacenti, che destava maggiore curiosità e ammirazione, era la loro grande abilità nell’ammaestrare gli animali.

”Alla fine del XVIII secolo il capo zingaro Marcinkiewicz, per rendere visita in gran pompa al suo sovrano, principe Radziwill, arrivò al palazzo in una carrozza tirata da sei orsi; sulla schiena degli orsi, scimmie vestite da postiglioni. Questo ingresso ottenne un vivo successo presso il principe, la sua corte e la gente del vicinato.”10

Ma erano soprattutto gli orsi danzanti a divertire il pubblico. Furono per primi gli Zingari dei Carpazi a ammaestrare gli orsi alla danza, ma dall’Europa Orientale alcuni ammaestratori d’orsi raggiunsero già nel Settecento la Spagna, la Francia, l’Italia, dove fino ad allora erano tradizionali gli spettacoli di danza o acrobazie di scimmie e di cani ammaestrati.

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento accanto a queste forme di spettacolo (che si ”formalizzarono” nei circhi), gli Zingari aggiunsero alle loro attrazioni le giostre, la lanterna magica e il cinema ambulante.

Come gli zingari sono diventati musicisti

Una volta Iddio mise un violino sulle spalle di san Pietro. Senza saperlo, san Pietro andò in una locanda piena di gente allegra.

Quando videro san Pietro con un violino, gli gridarono: “Suona, suona!” Ma lui si spaventò alle loro grida e si mise a scappare.

Sulla porta, però, il violino gli cadde dalle spalle. Lo tirò su e andò dritto da Dio per chiedergli: “Dio, che cosa significa questo?”

“L’ho fatto per te” gli rispose il Signore. “Così potrai suonare per la gente quand’è vivace, tenerli di buon umore e evitare che si mettano a litigare.”

“Se è questo che vuoi, allora fai che ci siano più musicisti.”

chi potrebbe fare il musicista?” chiese Iddio “Potrebbero farlo gli zingari” rispose san Pietro. “Fai che divertano la gente così che non si sparga mai sangue quando si beve e si fa festa”. “Così sia” disse Dio. E così fu.11

E infatti la musica zingara ottenne, e ottiene ancora, l’ascolto fedele e appassionato negli ambienti sociali più disparati. Già alla fine del XV secolo la corte del re Mattia Corvino e della regina d’Aragona accoglieva Zingari suonatori di liuto; nel 1525 alcuni zingari suonarono la cetra per Luigi II di Polonia, re di Boemia e di Ungheria.12 In Europa orientale nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX la loro presenza appariva indispensabile nei balli, nelle feste pubbliche o private, nelle fiere, nelle nozze paesane, nelle osterie dei villaggi come nei palazzi aristocratici; suonavano il cimbalo non pizzicando le corde con le dita secondo l’uso comune, ma servendosi di un bastoncino di legno; il tamburino, il violino, la ”cobza” (specie di mandolino a nove corde), il ”naiu” (flauto di Pan). Gli ”ursari”, cioè gli ammaestratori di orsi, si accompagnavano con i tamburelli.13 Nell’Italia meridionale gli Zingari erano così abili a suonare e fabbricare lo ”scacciapensieri” che questo semplice strumento ancora oggi, in Calabria, viene chiamato ”tromba degli Zingari”.14 In Francia la musica zingara non ebbe tanto uno sviluppo autonomo, ma strettamente connesso all’accompagnamento della danza: le Zingare ritmavano le loro danze facendo tintinnare campanelli o schioccare nacchere, o percuotendo un tamburello basco.15 Per la loro abilità di suonatori, spesso gli Zingari venivano arruolati nelle bande militari francesi; nel corso della Rivoluzione vi fu un reggimento che addirittura reclutò una banda interamente zingara.16 In Spagna per molto tempo, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, salvo alcune eccezioni la musica gitana rimase per lo più ignorata dai ”payos” spagnoli (appellativo con cui i Gitani definiscono i ”non Gitani”) fino alla fine del Settecento; erano soprattutto i viaggiatori stranieri che lodavano musiche e canti gitani. Nella prima metà dell’Ottocento, invece, i cantanti e i musicisti gitani, girando nelle città e nei paesi, nelle piazze e nelle osterie in occasione di feste locali e di pellegrinaggi attiravano un pubblico estremamente vasto e variegato che andava dalla ”gente di malaffare” ai pellegrini, ai viaggiatori, ai signori borghesi, all’aristocrazia (lo stesso re Ferdinando VII frequentava in incognito osterie dove si esibivano musicisti gitani).17 E’ comunque da tener presente che la musica gitana È quasi sempre in stretta correlazione con la danza, che è stata, fin dalla loro comparsa in Europa, una delle attività zingare più apprezzate tanto a livello popolare quanto dalle aristocrazie europee. Immagini di danze zingare figurano negli arazzi di Tournai del XVI secolo; gli Zingari ballavano nelle piazze e nelle strade di città e villaggi, ma anche nei palazzi reali e nelle dimore principesche tanto che numerosa è la documentazione (soprattutto per il XVII secolo) di danzatori Zingari ingaggiati (e ospitati) delle famiglie aristocratiche. L’abilità nel ballo non si limitava a dare spettacoli: nei luoghi dove si fermavano gli Zingari (ma soprattutto le Zingare) davano anche lezioni di danza, spesso senza altro ausilio musicale che il tamburello o addirittura il battito delle mani e dei piedi.