Un problema che incontravano sempre i mercanti medievale era quello del denaro:
molte erano le città con diritto di conio e quindi proliferavano monete assai
diverse. Il primo a cercare di dare un po dordine a questa babele monetaria
fu Carlo Magno che, attorno al 794, promosse una riforma destinata a un
successo secolare. Egli introdusse un sistema basato sulla lira (o libbra),
ovvero su ununità di misura corrispondente a 408 grammi dargento. In realtà,
però, la lira non fu mai coniata poiché era una moneta di conto, utilizzata per
il calcolo di cifre ingenti, così come il soldo, suo sottomultiplo. Unica
moneta reale diffusa nelletà di Carlo Magno era il denaro, una moneta argentea
dal peso di 1,7 grammi. Il sistema monetario carolingio era pertanto basato su
un sistema vigesimale e dodicesimale, assai più complesso del nostro, fondato
sul seguente rapporto: 1 lira = 20 soldi = 240 denari. Questo sistema iniziò a
entrare in crisi quando, a partire dal XII secolo, il nuovo sviluppo economico
rese necessaria la presenza reale di monete dal valore maggiore rispetto al
denaro. I primi a rendersi conto di ciò furono i Veneziani che a partire dal
1194 iniziarono a coniare una nuova moneta, il grosso o matapan (=2,19 gr
dargento), destinata a incontrare un grande successo. Essa fu copiata in molte
regioni europee, tra cui il Tirolo dove a partire circa dalla metà del XIII
secolo il conte Mainardo II iniziò a batter moneta usurpando un diritto che gli
fu riconosciuto dal vescovo di Trento ufficialmente solo dal 1274. Ma già prima
di questa data egli aveva istituito una zecca a Merano, dandola in appalto a
esperti maestri monetieri, per lo più di origine toscana.
Oltre alla zecca, Mainardo istituì una rete di casanae
- vere antesignane delle odierne banche che venivano date in appalto a banchieri stranieri, anche in questo caso
quasi sempre italiani (si pensi ad esempio ai Frescobaldi). Presso le casanae,
che nelletà di Mainardo erano sei e si trovavano a Bolzano (Castello
Wendelstein, oggi convento dei Capuccini), Merano, Trento, Innsbruck, Ora e
Tell, i commercianti potevano cambiare le loro valute. Nei mercati di Bolzano,
in particolari in quelli settimanali, assieme alle monete coniate ad Augusta e
Verona erano diffuse, naturalmente, le monete coniate a Merano, assai
apprezzate anche al di fuori del Tirolo per la stabilità del loro valore o, se
vogliamo usare un termine tecnico, del loro “titolo“ , ovvero della quantità
pura di metallo prezioso. Il sistema monetario tirolese nel Trecento era basato
sul cosiddetto Kreuzer (o tirolino), il nuovo grosso del Tirolo fatto
coniare da Mainardo II a partire dal 1274, in sostituzione dellAdlergroschen,
o grosso aquilino. Si trattava di una moneta dal valore di venti Berner,
ovvero di 20 piccoli veronesi, che su un verso aveva laquila tirolese e
sullaltro una doppia croce (1 Kreuzer = 20 Berner).
Come moneta spicciola, che richiedeva una tecnica di conio assai raffinata,
veniva usata per lo più quella di altre città, anche se di recente è stato
rinvenuto un piccolo meranese delletà di Mainardo, ritenuto però dai
numismatici una moneta di prova. Per facilitare gli scambi di piccolo conto,
Enrico di Tirolo introdusse agli inizi del Trecento il quattrino meranese (Vierer).
Quando dopo la morte di Enrico tutta la regione tra Inn e Adige visse una
profonda crisi politica, anche il livello del conio della moneta peggiorò,
tanto che Rodolfo dAsburgo, divenuto conte di Tirolo nel 1363, sentì il
bisogno di rinnovare la produzione monetaria con un conio nuovo. Ma ormai letà
doro delle monete meranesi era già finita.
Per saperne di più:
- North, Michael: La storia del
denaro. Una storia delleconomia e della società europea di oltre mille anni,
Casale Monferrato 1998.
- Rizzolli, Helmut: Münzgeschichte des
alttirolischen Raumes im Mittelalter und Corpus Nummorum Tirolensium
Mediaevalium, 1. Vol., Bolzano 1991.
- Id.: Bozens Bedeutung für das
Tiroler Münz- und Bankwesen vor dem Jahre 1363, in Bolzano fra i Tirolo
e gli Asburgo – Bozen von den Grafen von Tirol bis zu den Habsburgern,
Bolzano 1999, pp. 229-240.