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Orientarsi nel Trecento.
Cap. 1

La città medievale: il dibattito storiografico

Giuseppe Albertoni

Bolzano, chiesa dei Domenicani, cappella San Giovanni. Presentazione al tempio, particolare.

Il dibattito storiografico sulle città medievali ha radici lontane e ha accompagnato tutta la ricerca storica dal primo Ottocento a oggi. Esso molto spesso è stato condizionato da un vizio di fondo: la sovrapposizione della città al comune, che per molti storici ha rappresentato la città medievale tout-court. È merito della storiografia più recente aver fatto piazza pulita di questo equivoco e di aver reimpostato le ricerche sulle città medievali su nuove, più sicure basi. In questo breve excursus storiografico si cercherà di mettere in risalto, per quanto possibile in poche pagine, i punti salienti di questo percorso e lo stato attuale della ricerca.

L’equivoco dell’identità tra città e comune caratterizzò nella seconda metà del XIX secolo in particolare la storiografia italiana “risorgimentale” che, reinventando il medioevo italiano in chiave patriottica, vedeva nel comune il tratto distintivo delle città italiane. La “città-comune” come culla della cultura e dell’identità italiana fu propugnata nelle opere di storici come Luigi Tosti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, nelle liriche epiche di Cesare Cantù, Giovanni Berchet, Giosuè Carducci, nella pittura di Francesco Hayez, tutte creazioni storico-letterarie o artistiche che riuscirono a incidere profondamente nell’immagine comune di medioevo, dando vita a stereotipi o miti che ancor oggi trovano dei sostenitori.

All’inizio del Novecento, con la crisi dell’Italia liberale, anche l’immagine patriottica del comune iniziò ad essere messa in crisi da interpretazioni che privilegiavano gli aspetti economici e sociali. In questo senso importantissima fu la pubblicazione nel 1899 di Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini (1873-1957), che introdusse il concetto di lotta di classe per illustrare la realtà urbana italiana. Ma con Salvemini nacque un altro stereotipo, quello della città italiana identificata con la borghesia in ascesa in contrapposizione alla feudalità.

Mentre in Italia il dibattito storiografico sulla città medievale ebbe un profondo rinnovamento ad opera di Salvemini, a livello europeo il principale scossone avvenne ad opera di un importante testo dello storico belga Henri Pirenne (1862-1935) intitolato Le città del Medioevo, pubblicato nel 1927. In esso Pirenne abbandonava definitivamente l’approccio storico giuridico che aveva caratterizzato gran parte delle ricerche precedenti, e cercava invece di dialogare con “nuove” discipline, quali l’urbanistica, la sociologia, l’economia. Tesi principale di Pirenne era quella secondo la quale la città, e in particolare quella medievale, è sempre, prima di tutto, un concetto economico. Non a caso, a suo avviso, il momento fondamentale della nascita della città medievale era dato dalla costituzione del portus (centro commerciale) che avrebbe dato origine al nuovo nucleo urbano grazie all’unione con il preesistente castrum, luogo di difesa e di gestione del potere. Lo storico belga anche in questo caso come in altri importanti studi, si pensi al celeberrimo Maometto e Carlomagno (1937), aveva elaborato una tesi estrema, provocatoria, che ebbe il gran merito di riaccendere un dibattito ormai infiacchito e aprire nuovi filoni di ricerca. Pur fortemente contestata da studi successivi, che mettevano in risalto le sue debolezze, la proposta interpretativa di Pirenne è rimasta valida per spiegare la genesi delle città che sorsero tra l’XI e il XIII secolo e può essere anche assai utile per comprendere la “rifondazione” di Bolzano avvenuta nella seconda metà del XII secolo (vedi scheda Bolzano nel Trecento).

Colei che maggiormente mise in crisi la “tesi Pirenne” fu una storica tedesca, Edith Ennen (1907), che nella sua Storia della città medievale pubblicata nel 1956 sottolineò invece la continuità tra città antica e città medievale, attestata in particolar modo dalla permanenza in ambito urbano di funzioni amministrative che avevano le loro radici nell’età imperiale.

In seguito anche alle osservazioni della Ennen furono intraprese nuove ricerche a carattere regionale, che dimostrarono come fosse impossibile parlare di un unico modello di città medievale.
Nell’ambito di questo nuovo approccio locale fu particolarmente importante, e non solo per la realtà italiana, la pubblicazione nel 1953 di La società milanese in età precomunale di Cinzio Violante (1921) che non a caso studiava le vicende di una delle principali città italiane prima dell’affermazione del comune. Integrando magistralmente l’ambito economico con quello sociale, istituzionale e politico-religioso, Violante sottolineava il particolare ruolo avuto dai vescovi e dalla feudalità nella genesi dei comuni. Il modello interpretativo proposto da Violante fece da volano a tutta una nuova serie di monografie su singole città, condotte da storici italiani legati alla sua “scuola”, a quella torinese di Giovanni Tabacco (1914) e a quella tedesca che faceva capo a Gerd Tellenbach (1903). Da queste nuove ricerche, sia pure con toni e accenti differenti, emerse la centralità della figura del vescovo come garante di continuità tra la città antica e quella medievale e il ruolo della feudalità, in particolare quella minore.

Dopo quest’ondata di studi settoriali si sentì sempre più la necessità di nuove sintesi. Il primo a tentare quest’impervia strada, con riferimento all’Italia settentrionale, fu lo storico tedesco Hagen Keller, che nel 1979 pubblicò un’opera intitolata non a caso nella sua traduzione italiana Signori e vassalli nell’Italia delle città. In essa Keller presentava il ruolo centrale della vassallità nella costruzione dei comuni; infatti a suo avviso la spinta principale alla creazione del comune sarebbe derivata dal desiderio di porre fine ai sanguinosi contrasti che caratterizzavano le città del X e XI secolo. Attraverso l’ordinamento comunale la città si voleva presentare come una comunità di pace basata sul messaggio della chiesa riformatrice. Più sfumata su questi aspetti è invece la posizione espressa nel 1984 da Renato Bordone in La società urbana nell’Italia comunale (secoli XI-XIV), che invece ha ribadito come il concetto costitutivo dell’identità cittadina sia stato quello di libertà. Per Bordone la città medievale era soprattutto uno “stato d’animo”, un sentirsi parte di una realtà collettiva.

Con Keller e Bordone, sia pure da punti di vista molto diversi, la città medievale viene riproposta nelle sue sfaccettature, nelle sue contraddizioni, nel suo essere contemporaneamente molte cose in apparente contrasto, cementate da un comune sentire. In questo senso la città è un vero specchio delle mentalità medievali basate su forti contrasti, su una sconcertante mutevolezza.

Per saperne di più:

- Bordone, Renato: La società urbana nell’Italia comunale (secoli XI-XIV), Torino 1984.

- Bordone, Renato e Jarnut, Jörg (a cura di): L’evoluzione delle città italiane nell’XI secolo, Bologna 1988, (Annali dell’Istituto Storico Italo-germanico, 25).

- Ennen, Edith: Storia della città medievale, Roma-Bari 1975.

- Keller, Hagen: Signori e vassalli nell’Italia delle città (secoli IX-XII), Torino 1995 (trad. it. di Adelsherrschaft und städtische Gesellschaft in Oberitalien: 9. Bis 12. Jahrhundert, Tübingen 1979).

- Pirenne, Henri, Le città del Medioevo, Roma-Bari 1971.

- Salvemini, Gaetano: Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Firenze 1899 e successive ristampe.

- Violante, Cinzio: La società milanese in età precomunale, Bari 1953.

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