Il dibattito storiografico sulle città medievali ha radici lontane e ha
accompagnato tutta la ricerca storica dal primo Ottocento a oggi. Esso molto
spesso è stato condizionato da un vizio di fondo: la sovrapposizione della
città al comune, che per molti storici ha rappresentato la città medievale
tout-court. È merito della storiografia
più recente aver fatto piazza pulita di questo equivoco e di aver reimpostato
le ricerche sulle città medievali su nuove, più sicure basi. In questo breve
excursus storiografico si cercherà di
mettere in risalto, per quanto possibile in poche pagine, i punti salienti di
questo percorso e lo stato attuale della ricerca.
Lequivoco dellidentità tra città e comune caratterizzò nella seconda metà del
XIX secolo in particolare la storiografia italiana “risorgimentale” che, reinventando il medioevo italiano in chiave
patriottica, vedeva nel comune il tratto distintivo delle città italiane. La
“città-comune” come culla della cultura e dellidentità italiana fu propugnata
nelle opere di storici come Luigi Tosti, Cesare Balbo, Massimo dAzeglio, nelle
liriche epiche di Cesare Cantù, Giovanni Berchet, Giosuè Carducci, nella
pittura di Francesco Hayez, tutte creazioni storico-letterarie o artistiche che
riuscirono a incidere profondamente nellimmagine comune di medioevo, dando
vita a stereotipi o miti che ancor oggi trovano dei sostenitori.
Allinizio del Novecento, con la crisi dellItalia liberale, anche limmagine
patriottica del comune iniziò ad essere messa in crisi da interpretazioni che
privilegiavano gli aspetti economici e sociali. In questo senso importantissima
fu la pubblicazione nel 1899 di Magnati e
popolani in Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini (1873-1957), che
introdusse il concetto di lotta di classe per illustrare la realtà urbana
italiana. Ma con Salvemini nacque un altro stereotipo, quello della città
italiana identificata con la borghesia in ascesa in contrapposizione alla
feudalità.
Mentre in Italia il dibattito storiografico sulla città medievale ebbe un
profondo rinnovamento ad opera di Salvemini, a livello europeo il principale
scossone avvenne ad opera di un importante testo dello storico belga Henri
Pirenne (1862-1935) intitolato Le città
del Medioevo, pubblicato nel 1927. In esso Pirenne abbandonava
definitivamente lapproccio storico giuridico che aveva caratterizzato gran
parte delle ricerche precedenti, e cercava invece di dialogare con “nuove”
discipline, quali lurbanistica, la sociologia, leconomia. Tesi principale di
Pirenne era quella secondo la quale la città, e in particolare quella
medievale, è sempre, prima di tutto, un concetto economico. Non a caso, a suo
avviso, il momento fondamentale della nascita della città medievale era dato
dalla costituzione del portus (centro
commerciale) che avrebbe dato origine al nuovo nucleo urbano grazie allunione
con il preesistente castrum, luogo di
difesa e di gestione del potere. Lo storico belga anche in questo caso come in
altri importanti studi, si pensi al celeberrimo Maometto e Carlomagno (1937),
aveva elaborato una tesi estrema,
provocatoria, che ebbe il gran merito di riaccendere un dibattito ormai
infiacchito e aprire nuovi filoni di ricerca. Pur fortemente contestata da
studi successivi, che mettevano in risalto le sue debolezze, la proposta
interpretativa di Pirenne è rimasta valida per spiegare la genesi delle città
che sorsero tra lXI e il XIII secolo e può essere anche assai utile per
comprendere la “rifondazione” di Bolzano avvenuta nella seconda metà del XII
secolo
(vedi scheda Bolzano nel Trecento).
Colei che maggiormente mise in crisi la “tesi Pirenne” fu una storica tedesca,
Edith Ennen (1907), che nella sua Storia
della città medievale pubblicata nel 1956 sottolineò invece la continuità
tra città antica e città medievale, attestata in particolar modo dalla
permanenza in ambito urbano di funzioni amministrative che avevano le loro
radici nelletà imperiale.
In seguito anche alle osservazioni della Ennen furono
intraprese nuove ricerche a carattere regionale, che dimostrarono come fosse
impossibile parlare di un unico modello di città medievale.
Nellambito di questo nuovo approccio locale fu particolarmente importante, e
non solo per la realtà italiana, la pubblicazione nel 1953 di
La società milanese in età precomunale
di Cinzio Violante (1921) che non a caso studiava le vicende di una delle
principali città italiane prima dellaffermazione del comune. Integrando
magistralmente lambito economico con quello sociale, istituzionale e
politico-religioso, Violante sottolineava il particolare ruolo avuto dai
vescovi e dalla feudalità nella genesi dei comuni. Il modello interpretativo
proposto da Violante fece da volano a tutta una nuova serie di monografie su
singole città, condotte da storici italiani legati alla sua “scuola”, a quella
torinese di Giovanni Tabacco (1914) e a quella tedesca che faceva capo a Gerd
Tellenbach (1903). Da queste nuove ricerche, sia pure con toni e accenti
differenti, emerse la centralità della figura del vescovo come garante di
continuità tra la città antica e quella medievale e il ruolo della feudalità,
in particolare quella minore.
Dopo questondata di studi settoriali si sentì sempre più la necessità di nuove
sintesi. Il primo a tentare questimpervia strada, con riferimento allItalia
settentrionale, fu lo storico tedesco Hagen Keller, che nel 1979 pubblicò
unopera intitolata non a caso nella sua traduzione italiana
Signori e vassalli nellItalia delle città.
In essa Keller presentava il ruolo centrale della vassallità nella costruzione
dei comuni; infatti a suo avviso la spinta principale alla creazione del comune
sarebbe derivata dal desiderio di porre fine ai sanguinosi contrasti che
caratterizzavano le città del X e XI secolo. Attraverso lordinamento comunale
la città si voleva presentare come una comunità di pace basata sul messaggio
della chiesa riformatrice. Più sfumata su questi aspetti è invece la posizione
espressa nel 1984 da Renato Bordone in La
società urbana nellItalia comunale (secoli XI-XIV), che invece ha ribadito
come il concetto costitutivo dellidentità cittadina sia stato quello di
libertà. Per Bordone la città medievale era soprattutto uno “stato danimo”,
un sentirsi parte di una realtà collettiva.
Con Keller e Bordone, sia pure da punti di vista molto diversi, la città
medievale viene riproposta nelle sue sfaccettature, nelle sue contraddizioni,
nel suo essere contemporaneamente molte cose in apparente contrasto, cementate
da un comune sentire. In questo senso la città è un vero specchio delle
mentalità medievali basate su forti contrasti, su una sconcertante mutevolezza.