La secessione tra Vienna e Bolzano. Materiali per le scuole, Bolzano 2001.
"Un’arte austriaca! Sapete bene a che cosa mi riferisco... quando vedete il sole che risplende sulle inferriate del Volksgarten, mentre il profumo dei glicini si diffonde nell’aria e le piccole fanciulle viennesi saltano alla corda, o quando, passando davanti a un cortile, ne sentite uscire la melodia di un valzer e venite assillati da una strana sensazione. Chissà perché ci si sente felici fin quasi alle lacrime, ma si riesce solo a sorridere: ‘Ecco Vienna!’ deve improntare la vostra pittura”(1)
È questo l’appello che Hermann Bahr
(1863-1934), letterato austriaco e acceso sostenitore dello
Jugendstil, invia, nel 1898, agli artisti dalle
pagine di “Ver Sacrum
”, la rivista della Secessione viennese, invitandoli a permeare la loro arte della decadente atmosfera viennese di fine secolo. Un’arte, quella delle Secessione, che sotto la guida di Gustav Klimt e di Otto Wagner mirava a fondare una nuova estetica finalizzata alla re-interpretazione e ri-descrizione del mondo in linea con le innovazioni e i fermenti di fine secolo.
La nuova via artistica era stata
indicata in modo chiaro fin dal 1895 dall’architetto Otto
Wagner nel suo testo Moderne Architektur
in cui, riprendendo orientamenti già in atto in altri paesi europei, come l’Inghilterra e il Belgio, affermava: “Tutto ciò che è creato con criteri moderni deve corrispondere ai nuovi materiali e alle esigenze del presente, se vuole adattarsi all’umanità moderna; deve illustrare la parte migliore di noi, la nostra indole democratica, pensante, consapevole del proprio valore, e tener conto delle colossali conquiste tecniche e scientifiche nonché dell’ininterrotta tradizione della cultura pratica che attraversa la storia umana”(2) L’obiettivo era quello di giungere a un’arte totale, che toccasse ogni aspetto della vita e ogni oggetto della creazione umana: dalla pittura all’architettura, dalla tipografia alle arti applicate, dalla tessitura alla moda, dalla grafica al bozzetto, per giungere a ripensare tutti gli oggetti fino a rivedere le funzioni dell’uso quotidiano (la posateria, i vasi, gli arredi, l’illuminazione, i gioielli, i vestiti, i manifesti e perfino i biglietti da visita e la carta da lettera).
La moderna arte austriaca si sviluppa
dunque nel segno della Secessione che ha il suo atto di
nascita ufficiale nel 1897, quando un gruppo di artisti (tra
cui Gustav Klimt, Joseph M. Olbrich, Josef Hoffmann, Kolo
Moser e Carl Moll) decisero di staccarsi dal Künstlerhaus,
ritenuto troppo conservatore, per dare vita a “L’Associazione
artisti austriaci – Secessione Vienese”. Nel 1898
l’associazione costruì una propria sede, progettata
dall’architetto Joseph Maria Olbrich, sulla cui porta di
ingresso venne inciso il motto programmatico “Al tempo la sua
arte, all’arte la sua libertà”; si munì inoltre di un organo
ufficiale, la rivista Ver Sacrum
(1898-1903), di cui ogni numero doveva essere “una piccola mostra”, con lo scopo di diffondere la nuova concezione dell’arte.
In linea con la loro progettualità artistica, l’architettura espositiva doveva assumere, per i protagonisti della Secessione viennese, un ruolo centrale. Non si trattava più di sistemare singoli oggetti d’arte disposti uno accanto all’altro, ma ogni mostra doveva essere un’opera d’arte globale, compiuta in se stessa. La sede espositiva era dunque stata costruita con criteri innovativi, in modo che per ogni mostra l’ambiente principale potesse essere trasformato architettonicamente con l’aiuto di pareti divisorie flessibili e portato in sintonia armonica con le opere.
L’ideale dell’ “opera d’arte unica” che
guidava lo spirito dei secessionisti spinse inoltre alcuni di
essi, in particolare Joseph Hoffmann e Kolo Moser, professori
alla Kunstgewerbeschule di Vienna, a dare nuovo stimolo alle
arti decorative e alle loro tecniche riformandole secondo le
idee dei nuovi criteri artistici. Era loro intenzione
rivalutare il lavoro dell’artigiano elevandolo alla stregua di
quello del pittore e dello scultore (3). A tal fine fondarono
nel 1903 la “Wiener Werkstätte, Produktivgenossenschaft
von Kunsthandwerken in registrierten Genosssenschaft mit
unbeschränkter Haftung” (Laboratorio viennese, azienda
cooperativa registrata di artisti-artigiani a responsabilità
limitata) con il sostegno finanziario del mecenate
Waerndorfer, facoltoso commerciante di tessuti. Ispirandosi al
modello della “Guild of Handicraft
” inglese, fondata circa un decennio prima da C.R. Ashbee, Hoffmann e Moser ne mutuarono, oltre che l’impostazione artistico-artigianale e gli elementi costruttivi dei mobili, anche la rivalutazione del ruolo dell’artigiano. Quest’ultimo doveva sentirsi protagonista del processo produttivo e trarre fonte di soddisfazione dal proprio lavoro, tanto che firmava i propri prodotti.
Per comprendere come era strutturata e
come funzionava questa originale e innovativa cooperativa di
artigiani–artisti e per cogliere lo spirito che la permeava,
risulta particolarmente efficace la descrizione che di questa
“fucina” fa un loro contemporaneo, Josef August Lux, dalle
pagine della rivista “Deutsche Kunst und Dekoration
”:
“La ‘Wiener Werkstätte’ si
estende su tre piani, e possiede propri laboratori di
metallurgia, oreficeria e argenteria, legatoria, pelletteria e
per la produzione e la verniciatura di mobili, oltre a locali
pieni di macchinari, studi d’architettura, aule di disegno e
spazi espositivi. Nel frastuono di questa vera e propria
fucina, gli artisti-artigiani si dedicano con calma al loro
ispirato lavoro manuale. Le macchine non mancano di certo; al
contrario, la Wiener Werkstätte dispone di tutte le
innovazioni tecnologiche atte ad agevolare il processo di
produzione, ma qui esse non spadroneggiano da tiranne, bensì
fungono da utili e volonterose servitrici. Il prodotto,
perciò, è privo dell’impronta della produzione meccanica e
incorpora, invece, lo spirito dell’artefice, rivelando
l’intervento della sua mano esperta. Il principio fondamentale
della Wiener Werkstätte
– che dovrebbe, peraltro, essere fatto proprio da tutti gli artigiani che ambiscano ai massimi traguardi – è il seguente: meglio lavorare per dieci giorni su un singolo oggetto, che produrre dieci oggetti in un solo giorno. Il pezzo così prodotto dimostrerà tutta l’abilità tecnica e artistica necessaria alla sua creazione, e il suo valore artistico risiederà dove raramente lo si trova e dove, invece, dovrebbe trovarsi sempre: non nella decorazione esteriore o nelle rifiniture formali, bensì nella serietà e nella dignità sia del lavoro intellettuale sia di quello manuale. Ogni oggetto reca impressi i segni di entrambi questi aspetti, poiché non solo assume la forma scelta dall’artista, ma rivela anche l’intervento del produttore, dell’artigiano, del singolo lavoratore che lo ha realizzato”(4)
Intreccio dunque di lavoro
intellettuale e manuale al fine di una produzione di carattere
artistico-artigianale qualitativamente alta, con una forte
attenzione anche ai risvolti sociali, furono dunque i tratti
che improntarono la filosofia e l’operato dei promotori della
“Wiener Werkstätte
”.
Per quanto concerne poi l’aspetto più prettamente artistico, sulla scia dello stile di Hoffmann e Moser, a prevalere fu soprattutto l’elemento decorativo geometrico, il quadrato in particolare, che costituì la base formale dello stesso logo della Wiener Werkstätte.
L’elemento decorativo cubico, la
struttura lineare e l’uso della superfice piana furono i
tratti che contraddistinsero anche le due massime espressioni
architettoniche prodotte dalla “Wiener Werkstätte”:
il sanatorio di Purkersdorf nei pressi di Vienna e il
Palazzo Stoclet
a Bruxelles.
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NOTE
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