La secessione tra Vienna e Bolzano. Materiali per le scuole, Bolzano 2001.

Cap.4

Questa Austria è un piccolo mondo...

Stefan Zweig

Robert Musil

Peter Altenberg

Karl Kraus

di Milena Cossetto, Alessandra Spada


La complessità della storia istituzionale e politica dell’Austria – Monarchia Imperial Regia, Impero absburgico o Austria-Ungheria che dir si voglia – appare con chiarezza fin dalle prime parole che un autore usa per descrivere la compagine guidata da Francesco Giuseppe tra la fine del XIX secolo e i primi anni del Novecento. Per comprendere allora in quale contesto storico e culturale, istituzionale e politico, in quale mondo si trovavano a vivere gli intellettuali e gli artisti che presero parte al grande fermento della Secessione Viennese, è fondamentale passare attraverso le testimonianze dell’epoca ed in particolare attraverso gli scritti di alcuni autori che dell’Austria felix hanno fatto l’ingrediente essenziale (anche se non sempre così evidente) delle loro opere. Lo spazio di tempo preso in considerazione, però, subisce la dilatazione della memoria e del ricordo: gli autori, di cui riportiamo alcuni testi, leggono in quel passato, negli anni in bilico tra i due secoli, i sintomi, i segnali, i malesseri del disfacimento del mondo della sicurezza e delle certezze. Si sgretola la stessa possibilità di convivenza tra diversi popoli e culture, sopraffatti dalle ideologie nazionaliste; si affacciano, senza vergogna o pudore, sulla scena politica ed istituzionale tendenze razziste e antisemite; si avvertono i primi segnali della guerra totale. Il Novecento poi, il secolo breve(1), porterà all’estremo tutte quelle contraddizioni e quei sintomi. Quattro autori presentano il loro “mondo di ieri”:

Stefan Zweig

“Non ho mai attribuito tanta importanza alla mia persona da sentire il desiderio di raccontare ad altri la storia della mia vita. Molte cose dovevano accadere, molti più eventi, catastrofi, prove di quanto solitamente tocchi ad una singola generazione, prima che trovassi il coraggio di un libro che ha il mio io protagonista, o per meglio dire quale centro. (…)

L’epoca offre le immagini e io vi aggiungo le didascalie e non narrerò tanto il destino di me solo, quanto quello di tutta una generazione, della nostra inconfondibile generazione, la quale forse più di ogni altra nel corso della storia è stata gravata da eventi. Ciascuno di noi, anche il più piccolo e trascurabile, è stato sconvolto sin dall’intimo della sua esistenza dalle quasi ininterrotte scosse vulcaniche della nostra terra europea, e fra questi innumerevoli io non mi posso attribuire che un privilegio: come austriaco, come ebreo, come scrittore, quale umanista e pacifista, mi sono volta a volta trovato là dove le scosse erano più violente. Esse per tre volte hanno distrutto la mia casa e trasformata la mia esistenza, staccandomi da ogni passato e scagliandomi con la loro drammatica veemenza nel vuoto, in quel ‘dove andrò?’ a me già ben noto. Ma non lo voglio deplorare, giacché appunto il senzapatria ritrova una nuova libertà, e solo chi non è più a nulla legato non ha più bisogno di aver riguardo per nulla. (…)

Io sono, in verità, come raramente altri fu, divelto da tutte le radici, persino dalla terra di cui queste radici si nutrivano. Sono nato nel 1881 in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica: essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che essa venisse degradata a città provinciale tedesca. La mia opera letteraria nella lingua in cui fu scritta fu ridotta in cenere, e proprio nel paese dove i miei libri si erano resi amici a milioni di lettori. Io ora non appartengo ad alcun luogo, son dovunque uno straniero, e tutt’al più un ospite; anche la vera patria, che il mio cuore si era eletta, l’Europa, si è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fraterna”.(3)

“Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. I diritti da lui concessi ai cittadini erano garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente eletta, e ogni dovere aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma , un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avazamento o quello della pensione. Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla casa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabilito. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione.

Questo senso di sicurezza era il possesso più ambito, l’ideale comune di milioni e milioni. La vita pareva degna di essere vissuta soltanto con tale sicurezza e si faceva sempre più ampia la cerchia dei desiderosi di partecipare a quel bene prezioso”.(4) “Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco di irritazione e di disprezzo, perché invece di essere ‘attivi’ e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra.
       ‘Vivere e lasciar vivere’ era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all’occasione, in buona pace e persino i movimenti politici e sociali erano privi di quell’animosità crudele che è penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima guerra mondiale. Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la birra o il caffè e dandosi del tu.
       Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne borgomastro a Vienna nulla si mutò nei rapporti privati ed io personalmente debbo dichiarare di non aver mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio né nella scuola né nell’università né nella mia vita letteraria. L’odio da paese a paese, da popolo a popolo, da tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo, nazione da nazione (…); la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale.
       Non fu un secolo di passione quello in cui io nacqui e fui educato. Era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. Il ritmo della nuova velocità non si era ancora propagato dalle macchine, dall’automobile, dal telefono, dalla radio e dall’aeroplano sino all’uomo: il tempo e l’età avevano altre misure. Si viveva più comodamente”.(5) La struggente memoria del mondo di ieri da parte di Zweig, in realtà, è la costruzione del mito absburgico. Claudio Magris è il principale studioso europeo del mito della Austria-Ungheria tra XIX e XX secolo e così lo definisce: “Il termine mito, che di per sé indica un’alterazione e una deformazione della realtà dovute al desiderio di estrarre da questa una sua pretesa verità essenziale, un suo ipotetico nucleo metastorico che ne riassuma il più vero significato, acquista in questo caso una particolare accezione. Il mito absburgico non è un semplice processo di trasfogurazione del reale, proprio di ogni attività poetica, ma è la completa sostituzione di una realtà storico-sociale con un’altra fittizia ed illusoria, è la sublimazione di una concreta società in un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola. Va da sé che questa mitizzazione non è un’astratta fantasticheria, e che quindi è capace talvolta di cogliere alcuni aspetti reali della civiltà absburgica, e di coglierli anzi con particolare finezza di penetrazione. E va altrettanto da sé che non tutti gli scrittori si sono limitati a una superficiale laudatio del buon tempo antico austriaco: l’ironia di un Musil ha anzi sfrondato senza pietà la patina aulica e rispettabile che copriva come una pia polvere, il tramonto dell’età francogiuseppina”.(6)

Robert Musil

Per Robert Musil “Questa grottesca Austria non è nient’altro che un caso particolarmente chiaro del mondo moderno”.(8)

Nel 1919 scriveva:

“Questo sonnolento Stato, che vegliava sul suo popolo con due occhi chiusi, aveva in verità anche reali accessi di durezza e di tirannia; questo accadeva sempre quando si lasciava spingere troppo oltre e non c’era più una via onorevole per tornate indietro. Allora procedeva con misure di polizia, col pubblico ministero e con ordinanze assolutiste, per poi, dopo pochi istanti, spaventato dalla irritata opposizione che incontrava, fare timorosamente marcia indietro e rinnegare i suoi propri organi (...). Lo spirito di questo Stato può essere definito assolutistico contro voglia; avrebbe volentieri proceduto democraticamente, se solo lo avesse saputo fare. Ma che cos’era questo Stato? Non era stato gestazione di nessuna nazionalità unica, e di nessuna libera confederazione di nazioni, che gli avesse creato lo scheletro, e che continui a rinfrescarne il tessuto con la forza del suo sangue; non lo nutriva lo spirito che si forma nella società privata, spirito che quando ha raggiunto una certa forza in qualche questione, si immette nello Stato; nonostante il talento della classe impiegatizia e molti buoni lavori particolari, non aveva propriamente cervello, perché mancava una centralizzata formazione di volontà e di idee. Era un organismo amministrativo anonimo; propriamente un fantasma, una forma senza materia, frammisto di influssi illegittimi, in mancanza di legittimi.”(9)

“Dalla mentalità, liscia come un olio, degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta l’Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene cosa stesse nascendo; nessuno avrebbe potuto dire se sarebbbe stata una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo ordinamento della società. Perciò ognuno ne diceva quel che voleva. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. In ogni luogo compariva improvvisamente l’uomo che ci voleva; e, cosa assai importante, uomini pieni d’intraprendenza pratica s’incontravano con uomini pieni d’intraprendenza spirituale. Fiorivano ingegni che prima erano stati soffocati o non avevano mai partecipato alla vita pubblica. Erano diversissimi fra loro, e il contrasto fra i loro scopi non avrebbe potuto essere maggiore. Si amava il superuomo, e si amava il sottouomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si professava il culto dell’eroe e il culto socialista dell’umanità; si era credenti e scettici, naturisti e raffinati, robusti e morbosi; si sognavano antichi viali di castelli, parchi autunnali, peschiere di vetro, gemme preziose, hascisc, malattia, dèmoni, ma anche praterie, sconfinati orizzonti, fucine e laminatoi, lottatori ignudi, rivolte degli operai schiavi, primi progenitori dell’uomo, distruzione della società. Certo erano contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici, ma avevano un afflato comune; chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un nonsenso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto si era amalgamato e aveva un senso baluginante. Quell’illusione, materializzata nella magica data della svolta del secolo, era così forte che gli uni si gettavano entusiasmati sul secolo nuovo e ancora intatto, mentre gli altri si attardavano nel vecchio come in una casa dalla quale bisognava tuttavia traslocare, senza però che i due atteggiamenti apparissero molto diversi”.(10)

E ne L’uomo senza qualità descrive così Kakania: (11)

“C’erano mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato tra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso.

[Kakania] era liberale per Costituzione, ma era governata clericalmente. Era governata clericalmente, ma vi si viveva liberamente. Di fronte alla legge tutti i cittadini erano uguali, ma non tutti erano proprio cittadini (...).

Si agiva in questo paese - e talvolta fino ai più alti gradi della passione e delle sue conseguenze - diversamente da come si pensava, e si pensava diversamente da come si agiva (...).

(...) era lo Stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti e cinti della grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta. “E’ capitato che ...” si diceva, mentre altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri (...).

Kakania era animata da una diffidenza acquisita in grandi esperienze storiche contro tutti gli o/o, e aveva sempre l’opinione che nel mondo ci fossero molte più contraddizioni di quelle per le quali alla fine è andata in rovina. Il suo principio fondamentale di governo era il sia/sia, o, ancora meglio, con la più grande moderazione il né/né”.(12)

Peter Altenberg

„Visse la fantasia … e poetò la verità”, così Alfred Polgar (14) scrisse di Peter Altenberg, scrittore e poeta che visse tra il XIX e il XX secolo nella grande Vienna. Assiduo frequentatore dei Caffè letterari, Altenberg sintetizza felicemente l’interscambiabilità tra arte e vita. Amico di letterati e di artisti, di cocchieri e di cameriere, calvo, con i baffi spioventi, viveva in una camera d’albergo, tappezzata di fotografie; andava in giro per Vienna con gli zoccoli di legno ai piedi e scriveva, a letto, sui tavolini del Café Central, bozzetti ed impressioni su piccoli fogli volanti. Figlio di un ricco commerciante, di origine ebraica, Altenberg coglie con i suoi aforismi, le sue impressioni sulla vita quotidiana sul crinale della decadenza e del vuoto di valori. Le sue “piccole cose” non sono poesie – afferma Altenberg – ma sono “estratti di vita”, piccole riflessioni.

Piccolezze.

      E’ un pezzo che giudico gli uomini soltanto dai più minuti dettagli. Purtroppo non sono capace di attendere i ‘grandi eventi’ della loro vita, gli eventi nei quali essi si ‘rivelano’ appieno. Devo poter cogliere queste ‘rivelazioni’ già nei più piccoli avvenimenti! Ad esempio , nella scelta che lui o lei fanno del manico del bastone o dell’ombrello; nella cravatta, nella stoffa dell’abito, nel cappello, nel cane che lui o lei portano al guinzaglio, in mille semplici piccolezze, e giù, giù, o meglio su su, fino al gemello per i polsini! Poiché tutto è un saggio sull’uomo che ha scelto queste cose e le porta volentieri. In esse egli si rivela! ‘Ha scritto un buon libro, ma portava dei gemelli rozzamente cesellati!’ Con ciò è detto tutto. C’è qualcosa che non va nel ‘regno dell’anima’. (…)

Estetica, comprensione e amore dovrebbero stringere una buona volta una triplice alleanza. Dovrebbe essere possibile far nascere dalle ‘piccolezze’ una sinfonia dell’esistenza quotidiana!

Non aspettate i grandi eventi! Anche il più piccolo avvenimento è un grande evento! Lo squittio del topo nella trappola è una terribile tragedia! Una volta uno mi disse: la cosa più terribile è un leprotto trascinato nella tana di una volpe. Le piccole volpi lo rosicchiano vivo giorno e notte coi loro aguzzi dentini! Sono queste le tragedie dell’esistenza!

Le piccolezze della vita sono per noi sostitutive dei ‘grandi eventi’. In ciò sta il loro valore, purché lo si comprenda!”(15)

Mostra d’arte a Vienna nel 1908.

      Sala 22. Gustav Klimt, il santuario dell’arte moderna.

Questi ritratti di donna assomigliano alle creazioni finali del più tenero romanticismo della natura stessa. Così come le sognano i poeti: creature delicate, dalle membra nobili, fragili per i loro teneri entusiasmi che mai si smorzano e ami si risolvono! Le mani, espressione di un’anima leggiadra, lieve e allegra come quella di un bambino, amabile e nobile al tempo stesso!

Sono tutte creature che si sottraggono alla pesantezza terrestre, quale che sia la loro posizione nella vita reale del giorno e dell’ora. Sono tutte principesse per mondi migliori e più delicati. Il pittore le ha viste così, non si è lasciato ingannare, le ha giustamente innalzate agli ideali che esse cantavano e gemevano. Il pittore, ad esempio, vede l’airone rosso nelle paludi di canne di Tibisco in mille posizioni. Ma solo una volta lo osserva più pieno di slancio che mai, più raggiante che mai nel rosso bruno del suo incantevole piumaggio… e così lo dipinge!

Era proprio nell’attimo del raggio di sole al tramonto oppure nel senso del benessere e di assoluta sicurezza di fronte al pericolo del falcone pellegrino…in ogni caso un attimo di estrinsecazione artistica del proprio valore, senza sbavature!

Sono questi gli attimi per l’artista! Così egli vede la donna! Mentre fissa l’enigma dell’esistenza, superba, invincibile e tuttavia già triste, tragicamente triste e ripiegata in se stessa! Solo la bellezza delle mani, una bellezza soprannaturale, trionfa sulla vita, suelle sue molteplici insidie e sui suoi veleni. Quelle mani dicono:’Rimarremo così fino al nostro settantesimo anno, e perciò matrona si vedrà ancora che siamo state create per detestare l’entusiasmo dei pittori e dei poeti! Sono questi i nostri soli, infallibili vertici. (…)” (16)

Dolomiti

      Nel corso di tutta la mia vita avevo sentito parlare delle Dolomiti, di una “favola della natura”. Finalmente l’11 agosto alle 7.30 di sera giunsi in auto a Dobbiaco.

Un prato alpino immenso e incolto, che avrebbe tranquillamente potuto essere un giardino di fata.

Feci alcuni passi lungo la strada che conduce al Monte Cristallo. Diedi un’occhiata al bianco sentiero nel bosco, e provai una forte emozione. Lunghi anni trascorsi al “Café Central”, angolo Herrengasse-Strauchgasse, e ora alle porte delle “Dolomiti”!

Vidi i boschi nella penombra della sera e a distanza una gigantesca roccia illuminata. Tornai indietro e provai ad immaginare l’enorme, spaventoso e incolto prato di montagna davanti al Riesenhotel, con pini mughi, rododendri, lavanda, un giardino botanico di montagna con marmotte e lepri bianche. Ma Dobbiaco si accontenta di essere “la porta” delle Dolomiti e gli stessi negozi ricordano le bancarelle del Prater di Vienna. Solo da qualche parte, in un chiosco che vende cartoline illustrate, vidi una commessa quattordicenne. Io la guardai: “Tu, tu sola sei in armonia con questa porta che si apre sul fiabesco mondo delle Dolomiti”!

Poiché indossavo il bel cappello grigio di loden , modello Gems-Kaiser, ed ero molto abbronzato lei mi guardò stupita e gioiosa. Volevo dire qualcosa, ciò significa, io non volevo proprio dirle niente, ma, comperate le cartoline, la guardai ancora con emozione.

Anche lei non disse nulla, ma era consapevole dell’effetto che aveva su di me.

Non durò a lungo e comunque forse, o probabilmente, era un mondo speciale, un mondo di fiaba che non ritornerà mai, mai più.(…)” (17)

Karl Kraus

Nel mondo del frammento, della frantumazione, Karl Kraus lottava contro la dissoluzione del linguaggio, segnale della complessiva disgregazione della società absburgica; egli sperava di riformare una realtà dissoluta: “Era un Ercole legato a un unico compito, mai completato: la pulizia delle stalle di Augia. Tuttavia, senza l’appoggio di Augia, questa stalla non poteva più essere pulita. Ma questo non l’ha capito il rivoltoso romantico Karl Kraus. Ebbe sentore della putrefazione senza sapere da dove veniva…”(19)

“A un vecchio insegnante
Ti vedo come, con la mano delicata
ti accarezzi la fronte,
preoccupato come se tu dovessi curare
una parola malata
dovere sacro di fronte a testimoni profani.

Bianco come neve come allora, con la testa piegata
e tuttavia in alto lo spirito, come allora
ti ho incontrato sulla via della scuola
di recente, e per me
era come se io andassi a scuola con te.

Dove si è perduto, dimmi, il tuo sguardo di vecchio
non perso per me?
Insegni tu sempre
ancora la lingua a un perduto presente?
Seguimi e lascia perdere la classe.”(20)

E quello stesso Karl Kraus, che come esteta disprezzava la politica, il 9 novembre 1914 tenne un indimenticabile discorso che cominciava con le parole:
“In questa grande epoca che io ho conosciuto quando era ancora così piccola, e che ridiventerà piccola, se le rimarrà ancora il tempo per farlo, e che noi, visto che nell’ambito dello sviluppo dell’organismo non è possibile questa metamorfosi, preferiamo considerare come un’epoca grossa e certamente anche difficile, in quest’epoca in cui succede proprio quello che non ci si poteva immaginare, e in cui doveva succedere ciò che non ci si può più immaginare, e se si fosse potuto non sarebbe successo (…), in quest’epoca rumorosa, che rimbomba della spaventosa sinfonia dei fatti che fanno notizia, e di notizie che provocano fatti, in quest’epoca non vi aspettate da me nemmeno una parola”(21)

Nel suo capolavoro, Gli ultimi giorni dell’umanità, fa parlare la prima guerra mondiale, i suoi personaggi umili e i dignitari di corte, i generali e i soldati di fanteria, la terra, le trincee, i cadaveri, i gas nervini: dà la parola allo sfacelo e alle vittime, ai carnefici e ai mezzi di comunicazione di massa.

“Capitano fa riunire qui la Corte marziale
io non muoio per l’Imperatore
Capitano tu sei il tirapiedi dell’Imperatore
sono morto io e non saluto.

Se abito presso il mio Signore
Sta sotto di me il trono dell’Imperatore.
Ho solo scherno per i suoi ordini!
Dov’è il mio paese? Là gioca mio figlio.

Se mi addormento nel Signore
mi arriva l’ultima lettera della posta da campo.
Chiamava, chiamava, chiamava, chiamava!
O quanto è profondo il mio amore.

Capitano, tu non ragioni
tu che mi hai mandato qui,
nel fuoco è bruciato il mio cuore
io muoio per nessuna patria.

Voi non mi costringete, voi non mi costringete!
Guardate come la morte rompe le catene
Portate la morte davanti alla Corte marziale
Io muoio ma non per l’Imperatore”(22)

In queste strofe la lingua ritorna alle origini, al canto popolare;il rumore della frase ammutolisce di fronte alla voce di un morente. Attraverso queste opposizioni Karl Kraus riuscì a far parlate la prima guerra mondiale; ma davanti all’orrore del dominio hitleriano, la parola tacque. Bertolt Brecht rispose a quel silenzio con questi versi:

“Quando fu fondato il Terzo Reich
dall’eloquente giunse solo una piccola notizia.
In una poesia di dieci righe
la sua voce si levò solo per lamentare che non bastava (…).
Allorché il facondo si scusò
che la voce gli veniva meno
davanti al banco del giudice
comparve il silenziosi tolse la benda dal viso
e si fece riconoscere come testimone.”
“E quando si tolse la benda dal viso, il silenzio ritrovò la parola e balbettando cominciò a riesporre quello che accadeva:
‘Poiché si dà un momento nella vita dei popoli - scriveva Karl Kraus- che non fa a meno della grandezza, fino al punto che, come succede con la luce elettrica, proprio con tutti gli espedienti della radiotecnica, viene riallacciato allo stato primitivo e subentra un capovolgimento di tutti i rapporti di vita, non di rado attraverso la morte[... ]. E tuttavia come il vecchio modo di dire, la vecchia locuzione,ha aiutato il rinnovamento della vita tedesca nelle sue funeste origini! Finché non divenne una perdita la sua applicazione in un’altra sfera d’azione. “Spargere sale sulle ferite aperte!” Un tempo deve essere accaduto, ma lo si era dimenticato fino alla rinuncia e ogni rappresentazione della violenza, fino alla totale impossibilita di divenirne cosciente. Lo si impiegò per indicare il ricordo atroce di una perdita,il tocco di un dolore spirituale; questo c’è sempre; l’azione da cui era rivestita rimase non pensata. Eccola: Allorché il vecchio compagno, sbucciando le patate si procurò un profondo taglio alla mano, una compagnia di nazisti sghignazzanti lo costrinse a tenere la mano, che sanguinava copiosamente, in un sacco di sale. L’urlo di dolore del vecchio li divertì moltissimo. Questo rimane inconcepibile; ma, poiché è accaduto, questa parola non è più adoperabile’.(23) “ La realtà nel suo essere simultaneamente elettrotecnica e mito, disgregazione dell’atomo e rogo di tutto quello che c’è già e non c’è più era cresciuta fino all’inesprimibile. Le visioni apocalittiche di un grande poeta satirico furono superate paurosamente dagli eventi

Quello che apparentemente era esagerazione fantastica, era solo un debole schizzo di quello che in seguito sarebbe stata la realtà del secolo breve.

PER SAPERNE DI PIÙ:

- ALTENBERG P., Das große Peter Altenberg Buch, Wien Hamburg, 1977.
- ALTENBERG P., Le favole della vita, Milano 1981.
- CLEMENTI S., KOFLER A., PALLAVER G., PETERLINI H. K., ROHRER J., SCROEDER N., Das Zwanzigsten Jarhundert in Suedtirol. Abschied vom Vaterland BdI.:1900-1919, Bolzano 1999.
- COSSETTO M.(a cura di), Fare storia a scuola vol.I , IP, Mori(Tn) 1997.
- COSSETTO M.(a cura di), Fare storia a scuola vol.II , IP, Calliano(Tn) 1999.
- COSSETTO M., Karl Krauss e la rivista tirolese "Der Brenner" , in "Letture trentine e altoatesine", nr.36-1984, pp.51-78.
- COSSETTO M., La Mitteleuropa del "Brenner" , in "Letture trentine e altoatesine", nr.30-1983, pp.80-96.
- DELLE DONNE G., Bibliografia della Questione Altoatesina. Storia e e documenti del Novecento, vol. 5, Provincia Autonoma di Bolzano, Milano 2000.
- FARRUGGIA E., La vita quotidiananei primi decenni del Novecento: il mondo rurale, "I quaderni del Lab*doc" n.2,, Romano di Lombardia (Bergamo) 2000.
- FISCHER E., Karl Kraus. Robert Musil. Franz Kafka, Firenze 1973.
- FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, Wien 1962.
- FRESCHI M., La Vienna di fine secolo, Roma 1997.
- JANIK A., TOULMIN S., La grande Vienna, Milano 1973.
- KRAUS K., Zwischen den Zeiten Malerei und Graphik in Tirol 1918-1945, Suedtiroler Kulturinstitut, Lana 1999.
- KRAUS K., Die letzten Tage der Menschheit, Wien 1919; trad. it. KRAUS K., Gli ultimi giorni dell’umanità, Milano 1980.
- MAGRIS C., Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino 1963.
- MAGRIS C., Der habsburgische Mythos in der österreichischen Literatur, Salzburg 1966
- MUSIL R., Der Mann ohne Eigenschaften, Hamburg 1952; trad. it.:, L’uomo senza qualità, Torino 1957.
- PLETICHA H., Die Kinderwelt der Donaumonrchie, Wien 1995
- POLGAR A., Peter Altenberger. Das Nachlass, Berlin 1925
- SZABÓ J., Untergehende Monarchie und Satire. Zum Lebenswerk von Karl Kraus, Budapest 1992.
- TIMMS E., La Vienna di Karl Kraus, Bologna 1989.
- ZWEIG S., Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers, Stockholm 1944; trad. it.:Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo, Milano 1979.

Note

1 E’ la definizione del Novecento data dello storico E. Hobsbawm e tradotta in tedesco come Das Zeitalter der Extreme : Weltgeschichte des 20. Jahrhunderts, ( L’epoca degli estremi).
2 Stefan Zweig, scrittore e poeta viennese, di origine ebraica (Vienna 1881- Rio de Janeiro 1942).
3 ZWEIG S., Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo, Milano 1979, pp. 3-4
4 Ivi, pp. 9 –10
5 Ivi, pp. 26-27
6 MAGRIS C., Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino 1963, pp. 15-16.
7 Robert Musil, scrittore e saggista austriaco (1880-1942)
8 MUSIL R., citato in FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, Wien 1962, p. 238.
9 MUSIL R:, citato in FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, cit., p. 239
10 MUSIL R., L’uomo senza qualità, Torino 1957, pp. 50-51
11 Kakania era il soprannome dato all’impero Austroungarico in quanto ogni sua istituzione era preceduta dalla sigla k. u. k. (kaiserlich und königlich) imperiale e regia.
12 MUSIL R. L’uomo senza qualità, cit. , p. 49; citato anche in FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, 1962, p. 239.
13 Peter Altemberg, scrittore viennese di origine ebraica, assiduo frequentatore dei Caffè letterari (1859-1919)
14 POLGAR A., Peter Altenberg, in Peter Altenberg, Der Nachlass, Berlin 1925, p. 152.
15 ALTENBERG P., Le favole della vita, Milano 1981, pp. 202-203.
16 ALTENBERG p., Le favole della vita, cit., p.196
17 ALTENBERG P., Semmering, Berlin 1913, pp. 39-40; in ALTENBERG P., Das große Peter Altenberg Buch, Wien Hamburg, 1977, pp. 392-393.
18 Karl Kraus (1874-1936), polemista, scrittore, editore, intellettuale viennese di origine ebraica. Ha pubblicato, diretto e scritto la rivista “Die Fackel”, per trentasette anni a partire dal 1899.
19 FISCHER E., Karl Kraus. Robert Musil. Franz Kafka, Firenze 1973, p. 12; cfr. anche FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, Wien 1962.
20 Ivi, p.11
21 Ivi, p. 13
22 Ivi, p. 22; Lamento del soldato morente in KRAUS K., Gli ultimi giorni dell’umanità, Milano 1980; cfr. anche FISCHER E., Karl Kraus. Robert Musil. Franz Kafka, Firenze 1973 e FISCHER E., Von Grillparzer zu Kafka, Wien 1962.
23 FISCHER E., Karl Kraus. Robert Musil. Franz Kafka, cit. , p. 23