La secessione tra Vienna e Bolzano. Materiali per le scuole, Bolzano 2001.
La complessità della storia istituzionale
e politica dellAustria Monarchia Imperial Regia, Impero absburgico o
Austria-Ungheria che dir si voglia appare con chiarezza fin dalle prime parole
che un autore usa per descrivere la compagine guidata da Francesco Giuseppe tra
la fine del XIX secolo e i primi anni del Novecento.
Per comprendere allora in quale contesto storico e culturale, istituzionale e politico,
in quale mondo si trovavano a vivere gli intellettuali e gli artisti che presero parte al
grande fermento della Secessione Viennese, è fondamentale passare attraverso le testimonianze
dellepoca ed in particolare attraverso gli scritti di alcuni autori che dellAustria felix
hanno fatto lingrediente essenziale (anche se non sempre così evidente) delle loro opere.
Lo spazio di tempo preso in considerazione, però, subisce la dilatazione della memoria e del
ricordo: gli autori, di cui riportiamo alcuni testi, leggono in quel passato, negli anni in
bilico tra i due secoli, i sintomi, i segnali, i malesseri del disfacimento del mondo della
sicurezza e delle certezze.
Si sgretola la stessa possibilità di convivenza tra diversi popoli e culture, sopraffatti
dalle ideologie nazionaliste; si affacciano, senza vergogna o pudore, sulla scena politica
ed istituzionale tendenze razziste e antisemite; si avvertono i primi segnali della guerra
totale.
Il Novecento poi, il secolo breve(1), porterà allestremo tutte quelle contraddizioni e quei
sintomi.
Quattro autori presentano il loro mondo di ieri:
L’epoca offre le immagini e io vi aggiungo le
didascalie e non narrerò tanto il destino di me solo, quanto quello di tutta una generazione,
della nostra inconfondibile generazione, la quale forse più di ogni altra nel corso della
storia è stata gravata da eventi. Ciascuno di noi, anche il più piccolo e trascurabile,
è stato sconvolto sin dall’intimo della sua esistenza dalle quasi ininterrotte scosse
vulcaniche della nostra terra europea, e fra questi innumerevoli io non mi posso attribuire
che un privilegio: come austriaco, come ebreo, come scrittore, quale umanista e pacifista,
mi sono volta a volta trovato là dove le scosse erano più violente. Esse per tre volte hanno
distrutto la mia casa e trasformata la mia esistenza, staccandomi da ogni passato e
scagliandomi con la loro drammatica veemenza nel vuoto, in quel ‘dove andrò?’ a me già ben noto.
Ma non lo voglio deplorare, giacché appunto il senzapatria ritrova una nuova libertà, e solo
chi non è più a nulla legato non ha più bisogno di aver riguardo per nulla. (…)
Io sono, in verità, come raramente altri fu,
divelto da tutte le radici, persino dalla terra di cui queste radici si nutrivano.
Sono nato nel 1881 in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma
non si vada a cercarla sulla carta geografica: essa è sparita senza traccia.
Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria e l’ho dovuta lasciare
come un delinquente prima che essa venisse degradata a città provinciale tedesca.
La mia opera letteraria nella lingua in cui fu scritta fu ridotta in cenere, e proprio
nel paese dove i miei libri si erano resi amici a milioni di lettori. Io ora non appartengo
ad alcun luogo, son dovunque uno straniero, e tutt’al più un ospite; anche la vera patria,
che il mio cuore si era eletta, l’Europa, si è perduta per me da quando per la seconda volta,
con furia suicida, si dilania in una guerra fraterna”.(3)
“Se tento di trovare una formula comoda
per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono
cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza.
Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo
appariva il garante supremo di tale continuità. I diritti da lui concessi ai cittadini erano
garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente eletta, e ogni dovere
aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi doro
e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto,
quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma , un peso e una
misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza
il reddito annuo corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza
cercare nel calendario lanno dellavazamento o quello della pensione. Ogni famiglia
aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per laffitto e il vitto,
per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva
per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa la considerava
asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di
generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si
deponeva alla casa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per
il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava
il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro
gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabilito. Nessuno credeva a
guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai
impossibili nell’età della ragione.
Questo senso di sicurezza era il possesso più ambito, l’ideale comune di milioni e milioni. La vita pareva degna di essere vissuta soltanto con tale sicurezza e si faceva sempre più ampia la cerchia dei desiderosi di partecipare a quel bene prezioso”.(4)
“Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco di irritazione e di disprezzo, perché invece di essere ‘attivi’ e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra. Nel 1919 scriveva:
“Questo sonnolento Stato, che vegliava sul suo popolo con due occhi chiusi, aveva in verità anche reali accessi di durezza e di tirannia; questo accadeva sempre quando si lasciava spingere troppo oltre e non cera più una via onorevole per tornate indietro. Allora procedeva con misure di polizia, col pubblico ministero e con ordinanze assolutiste, per poi, dopo pochi istanti, spaventato dalla irritata opposizione che incontrava, fare timorosamente marcia indietro e rinnegare i suoi propri organi (...). Lo spirito di questo Stato può essere definito assolutistico contro voglia; avrebbe volentieri proceduto democraticamente, se solo lo avesse saputo fare. Ma che cosera questo Stato? Non era stato gestazione di nessuna nazionalità unica, e di nessuna libera confederazione di nazioni, che gli avesse creato lo scheletro, e che continui a rinfrescarne il tessuto con la forza del suo sangue; non lo nutriva lo spirito che si forma nella società privata, spirito che quando ha raggiunto una certa forza in qualche questione, si immette nello Stato; nonostante il talento della classe impiegatizia e molti buoni lavori particolari, non aveva propriamente cervello, perché mancava una centralizzata formazione di volontà e di idee. Era un organismo amministrativo anonimo; propriamente un fantasma, una forma senza materia, frammisto di influssi illegittimi, in mancanza di legittimi.”(9)
“Dalla mentalità, liscia come un olio, degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta l’Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene cosa stesse nascendo; nessuno avrebbe potuto dire se sarebbbe stata una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo ordinamento della società. Perciò ognuno ne diceva quel che voleva. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. In ogni luogo compariva improvvisamente l’uomo che ci voleva; e, cosa assai importante, uomini pieni d’intraprendenza pratica s’incontravano con uomini pieni d’intraprendenza spirituale. Fiorivano ingegni che prima erano stati soffocati o non avevano mai partecipato alla vita pubblica. Erano diversissimi fra loro, e il contrasto fra i loro scopi non avrebbe potuto essere maggiore. Si amava il superuomo, e si amava il sottouomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si professava il culto dell’eroe e il culto socialista dell’umanità; si era credenti e scettici, naturisti e raffinati, robusti e morbosi; si sognavano antichi viali di castelli, parchi autunnali, peschiere di vetro, gemme preziose, hascisc, malattia, dèmoni, ma anche praterie, sconfinati orizzonti, fucine e laminatoi, lottatori ignudi, rivolte degli operai schiavi, primi progenitori dell’uomo, distruzione della società. Certo erano contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici, ma avevano un afflato comune; chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un nonsenso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto si era amalgamato e aveva un senso baluginante. Quell’illusione, materializzata nella magica data della svolta del secolo, era così forte che gli uni si gettavano entusiasmati sul secolo nuovo e ancora intatto, mentre gli altri si attardavano nel vecchio come in una casa dalla quale bisognava tuttavia traslocare, senza però che i due atteggiamenti apparissero molto diversi”.(10)
E ne Luomo senza qualità descrive così Kakania: (11)
“Cerano mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sullAdriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato tra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dellaria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per lAmerica Latina o per lAsia Orientale; ma non troppo spesso.
[Kakania] era liberale per Costituzione, ma era governata clericalmente. Era governata clericalmente, ma vi si viveva liberamente. Di fronte alla legge tutti i cittadini erano uguali, ma non tutti erano proprio cittadini (...).
Si agiva in questo paese - e talvolta fino ai più alti gradi della passione e delle sue conseguenze - diversamente da come si pensava, e si pensava diversamente da come si agiva (...).
(...) era lo Stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti e cinti della grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto come dallumido soffio degli oceani onde lumanità è sorta. “E’ capitato che ...” si diceva, mentre altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era unespressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri (...).
Kakania era animata da una diffidenza acquisita in grandi esperienze storiche contro tutti gli o/o, e aveva sempre lopinione che nel mondo ci fossero molte più contraddizioni di quelle per le quali alla fine è andata in rovina. Il suo principio fondamentale di governo era il sia/sia, o, ancora meglio, con la più grande moderazione il né/né”.(12)
Estetica, comprensione e amore dovrebbero stringere una buona volta una triplice alleanza. Dovrebbe essere possibile far nascere dalle ‘piccolezze’ una sinfonia dell’esistenza quotidiana!
Non aspettate i grandi eventi! Anche il più piccolo avvenimento è un grande evento! Lo squittio del topo nella trappola è una terribile tragedia! Una volta uno mi disse: la cosa più terribile è un leprotto trascinato nella tana di una volpe. Le piccole volpi lo rosicchiano vivo giorno e notte coi loro aguzzi dentini! Sono queste le tragedie dell’esistenza!
Le piccolezze della vita sono per noi sostitutive dei ‘grandi eventi’. In ciò sta il loro valore, purché lo si comprenda!”(15)
Questi ritratti di donna assomigliano alle creazioni finali del più tenero romanticismo della natura stessa. Così come le sognano i poeti: creature delicate, dalle membra nobili, fragili per i loro teneri entusiasmi che mai si smorzano e ami si risolvono! Le mani, espressione di un’anima leggiadra, lieve e allegra come quella di un bambino, amabile e nobile al tempo stesso!
Sono tutte creature che si sottraggono alla pesantezza terrestre, quale che sia la loro posizione nella vita reale del giorno e dell’ora. Sono tutte principesse per mondi migliori e più delicati. Il pittore le ha viste così, non si è lasciato ingannare, le ha giustamente innalzate agli ideali che esse cantavano e gemevano. Il pittore, ad esempio, vede l’airone rosso nelle paludi di canne di Tibisco in mille posizioni. Ma solo una volta lo osserva più pieno di slancio che mai, più raggiante che mai nel rosso bruno del suo incantevole piumaggio… e così lo dipinge!
Era proprio nell’attimo del raggio di sole al tramonto oppure nel senso del benessere e di assoluta sicurezza di fronte al pericolo del falcone pellegrino…in ogni caso un attimo di estrinsecazione artistica del proprio valore, senza sbavature!
Sono questi gli attimi per l’artista! Così egli vede la donna! Mentre fissa l’enigma dell’esistenza, superba, invincibile e tuttavia già triste, tragicamente triste e ripiegata in se stessa! Solo la bellezza delle mani, una bellezza soprannaturale, trionfa sulla vita, suelle sue molteplici insidie e sui suoi veleni. Quelle mani dicono:’Rimarremo così fino al nostro settantesimo anno, e perciò matrona si vedrà ancora che siamo state create per detestare l’entusiasmo dei pittori e dei poeti! Sono questi i nostri soli, infallibili vertici. (…)” (16)
Un prato alpino immenso e incolto, che avrebbe tranquillamente potuto essere un giardino di fata.
Feci alcuni passi lungo la strada che conduce al Monte Cristallo. Diedi un’occhiata al bianco sentiero nel bosco, e provai una forte emozione. Lunghi anni trascorsi al “Café Central”, angolo Herrengasse-Strauchgasse, e ora alle porte delle “Dolomiti”!
Vidi i boschi nella penombra della sera e a distanza una gigantesca roccia illuminata. Tornai indietro e provai ad immaginare l’enorme, spaventoso e incolto prato di montagna davanti al Riesenhotel, con pini mughi, rododendri, lavanda, un giardino botanico di montagna con marmotte e lepri bianche. Ma Dobbiaco si accontenta di essere “la porta” delle Dolomiti e gli stessi negozi ricordano le bancarelle del Prater di Vienna. Solo da qualche parte, in un chiosco che vende cartoline illustrate, vidi una commessa quattordicenne. Io la guardai: “Tu, tu sola sei in armonia con questa porta che si apre sul fiabesco mondo delle Dolomiti”!
Poiché indossavo il bel cappello grigio di loden , modello Gems-Kaiser, ed ero molto abbronzato lei mi guardò stupita e gioiosa. Volevo dire qualcosa, ciò significa, io non volevo proprio dirle niente, ma, comperate le cartoline, la guardai ancora con emozione.
Anche lei non disse nulla, ma era consapevole dell’effetto che aveva su di me.
Non durò a lungo e comunque forse, o probabilmente, era un mondo speciale, un mondo di fiaba che non ritornerà mai, mai più.(…)” (17)
E quello stesso Karl Kraus, che come esteta disprezzava la politica, il 9 novembre 1914 tenne un indimenticabile discorso che cominciava con le parole:
Nel suo capolavoro, Gli ultimi giorni dell’umanità, fa parlare la prima guerra mondiale, i suoi personaggi umili e i dignitari di corte, i generali e i soldati di fanteria, la terra, le trincee, i cadaveri, i gas nervini: dà la parola allo sfacelo e alle vittime, ai carnefici e ai mezzi di comunicazione di massa.
In queste strofe la lingua ritorna alle origini, al canto popolare;il rumore della frase ammutolisce di fronte alla voce di un morente. Attraverso queste opposizioni Karl Kraus riuscì a far parlate la prima guerra mondiale; ma davanti allorrore del dominio hitleriano, la parola tacque. Bertolt Brecht rispose a quel silenzio con questi versi:
Quello che apparentemente era esagerazione fantastica, era solo un debole schizzo di quello che in seguito sarebbe stata la realtà del secolo breve.
PER SAPERNE DI PIÙ:
Note
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