La secessione tra Vienna e Bolzano. Materiali per le scuole, Bolzano 2001.
Quando nel 1918 l’Impero d’Austria scomparve,
gli intellettuali e i poeti che avevano avuto esperienza di quella civiltà
multiculturale e plurilinguistica videro improvvisamente perdute le basi della
vita e della cultura di un’intera epoca. Nel ricordo e nella memoria soggettiva
“la vecchia Austria absburgica si presentava, e si presenta talvolta ancora,
come un’epoca felice ed armoniosa, come un’ordinata e favolosa Mitteleuropa in
cui pareva che il tempo non corresse così veloce e così ansioso di dimenticare
le cose e i sentimenti dell’ieri”.1
Lo scrittore Stefan Zweig definisce gli ultimi vent’anni della Monarchia imperial-regia
“l’età d’oro della sicurezza”. Nel suo Il mondo di ieri. Autobiografia di un europeo,
opera scritta negli anni Quaranta in Brasile, dove si era rifugiato per sfuggire alle
persecuzioni naziste contro gli ebrei in Europa, descrive così la sua giovinezza a Vienna:
“Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato
medesimo appariva il garante supremo di tale continuità […]. Ognuno sapeva quanto possedeva
o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che gli era proibito: tutto aveva una
sua norma, un peso e una misura precisi”.2
Nella rievocazione dell’epoca della sicurezza,
tutto subisce una trasfigurazione positiva:
l’Austria era dunque “un vecchio Stato, retto da un imperatore vegliardo e da ministri
attempati […], un paese senza ambizioni e con l’unica speranza di serbarsi intatto nello
spazio europeo difendendosi da ogni trasformazione radicale.”3
Il mondo di ieri si confonde con la nostalgia
dell’infanzia, con i ricordi e i profumi di
quell’atmosfera: “Ancor oggi non posso dimenticare l’odore umidiccio, muffoso, caratteristico
di quella casa come di tutti gli uffici pubblici austriaci, quell’odore che gli austriaci
chiamavano erariale”.4
Joseph Roth, Stefan Zweig ricordavano il loro mondo
di ieri “travolto da tempeste tanto
più grandi di lui; un mondo di cui Zweig stesso riconosceva l’impotente lentezza e l’ipocrita
mediocrità ma che nel ricordo diveniva una patria ideale, tanto immobile ed invecchiata ma che
aveva conservato ormai virtù incredibili, dignitoso decoro, correttezza, pedante rispetto e
comoda tranquillità, fugace e struggente gioia di vivere. Questo processo di trasfigurazione
fantastica e poetica della scomparsa della società danubiana, caratterizza gran parte della
letteratura austriaca sorta dopo l’apocalisse del 1918”.5
Da Zweig a Werfel, da Roth a Csokor, da Musil a
Doderer hanno rievocato le atmosfere e
la ricchezza umana e culturale della civiltà danubiana. Non si tratta di temi e motivi
comuni ai diversi autori, ma di un “determinato humus culturale, che si traduce in modi
espressivi e in un particolare tono dell’ispirazione poetica. L’umanità e il pensiero di
questi scrittori, le loro molteplici reazioni dinanzi ai concreti problemi della vita e
le sfumature della loro sensibilità sono condizionate dal peso di una tradizione, di cui
difficilmente riescono a liberarsi, e soprattutto da una ambigua condizione di instabilità
e di insoddisfazione della realtà storica presente, e da una conseguente evasione, da un
impossibile ritorno alla realtà e ai sentimenti di un mondo distrutto dalla storia. […]
La loro esperienza poetica prende le mosse da questo tormentoso legame con il passato, da
questo mito immanente alla loro memoria e alla loro fantasia, o meglio alla loro cultura.”6
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