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J. HOFFMANN. Sedia, 1905

La Wiener Werkstätte : un esempio di arte totale

di Alessandra Spada

“Un’arte austriaca! Sapete bene a che cosa mi riferisco... quando vedete il sole che risplende sulle inferriate del Volksgarten, mentre il profumo dei glicini si diffonde nell’aria e le piccole fanciulle viennesi saltano alla corda, o quando, passando davanti a un cortile, ne sentite uscire la melodia di un valzer e venite assillati da una strana sensazione. Chissà perché ci si sente felici fin quasi alle lacrime, ma si riesce solo a sorridere: ‘Ecco Vienna!’ deve improntare la vostra pittura”(1)

È questo l’appello che Hermann Bahr (1863-1934), letterato austriaco e acceso sostenitore dello Jugendstil, invia, nel 1898, agli artisti dalle pagine di “Ver Sacrum ”, la rivista della Secessione viennese, invitandoli a permeare la loro arte della decadente atmosfera viennese di fine secolo. Un’arte, quella delle Secessione, che sotto la guida di Gustav Klimt e di Otto Wagner mirava a fondare una nuova estetica finalizzata alla re-interpretazione e ri-descrizione del mondo in linea con le innovazioni e i fermenti di fine secolo.

La nuova via artistica era stata indicata in modo chiaro fin dal 1895 dall’architetto Otto Wagner nel suo testo Moderne Architektur in cui, riprendendo orientamenti già in atto in altri paesi europei, come l’Inghilterra e il Belgio, affermava: “Tutto ciò che è creato con criteri moderni deve corrispondere ai nuovi materiali e alle esigenze del presente, se vuole adattarsi all’umanità moderna; deve illustrare la parte migliore di noi, la nostra indole democratica, pensante, consapevole del proprio valore, e tener conto delle colossali conquiste tecniche e scientifiche nonché dell’ininterrotta tradizione della cultura pratica che attraversa la storia umana”(2) L’obiettivo era quello di giungere a un’arte totale, che toccasse ogni aspetto della vita e ogni oggetto della creazione umana: dalla pittura all’architettura, dalla tipografia alle arti applicate, dalla tessitura alla moda, dalla grafica al bozzetto, per giungere a ripensare tutti gli oggetti fino a rivedere le funzioni dell’uso quotidiano (la posateria, i vasi, gli arredi, l’illuminazione, i gioielli, i vestiti, i manifesti e perfino i biglietti da visita e la carta da lettera).

La moderna arte austriaca si sviluppa dunque nel segno della Secessione che ha il suo atto di nascita ufficiale nel 1897, quando un gruppo di artisti (tra cui Gustav Klimt, Joseph M. Olbrich, Josef Hoffmann, Kolo Moser e Carl Moll) decisero di staccarsi dal Künstlerhaus, ritenuto troppo conservatore, per dare vita a “L’Associazione artisti austriaci – Secessione Vienese”. Nel 1898 l’associazione costruì una propria sede, progettata dall’architetto Joseph Maria Olbrich, sulla cui porta di ingresso venne inciso il motto programmatico “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”; si munì inoltre di un organo ufficiale, la rivista Ver Sacrum (1898-1903), di cui ogni numero doveva essere “una piccola mostra”, con lo scopo di diffondere la nuova concezione dell’arte.

In linea con la loro progettualità artistica, l’architettura espositiva doveva assumere, per i protagonisti della Secessione viennese, un ruolo centrale. Non si trattava più di sistemare singoli oggetti d’arte disposti uno accanto all’altro, ma ogni mostra doveva essere un’opera d’arte globale, compiuta in se stessa. La sede espositiva era dunque stata costruita con criteri innovativi, in modo che per ogni mostra l’ambiente principale potesse essere trasformato architettonicamente con l’aiuto di pareti divisorie flessibili e portato in sintonia armonica con le opere.

L’ideale dell’ “opera d’arte unica” che guidava lo spirito dei secessionisti spinse inoltre alcuni di essi, in particolare Joseph Hoffmann e Kolo Moser, professori alla Kunstgewerbeschule di Vienna, a dare nuovo stimolo alle arti decorative e alle loro tecniche riformandole secondo le idee dei nuovi criteri artistici. Era loro intenzione rivalutare il lavoro dell’artigiano elevandolo alla stregua di quello del pittore e dello scultore (3). A tal fine fondarono nel 1903 la “Wiener Werkstätte, Produktivgenossenschaft von Kunsthandwerken in registrierten Genosssenschaft mit unbeschränkter Haftung” (Laboratorio viennese, azienda cooperativa registrata di artisti-artigiani a responsabilità limitata) con il sostegno finanziario del mecenate Waerndorfer, facoltoso commerciante di tessuti. Ispirandosi al modello della “Guild of Handicraft ” inglese, fondata circa un decennio prima da C.R. Ashbee, Hoffmann e Moser ne mutuarono, oltre che l’impostazione artistico-artigianale e gli elementi costruttivi dei mobili, anche la rivalutazione del ruolo dell’artigiano. Quest’ultimo doveva sentirsi protagonista del processo produttivo e trarre fonte di soddisfazione dal proprio lavoro, tanto che firmava i propri prodotti.

Per comprendere come era strutturata e come funzionava questa originale e innovativa cooperativa di artigiani–artisti e per cogliere lo spirito che la permeava, risulta particolarmente efficace la descrizione che di questa “fucina” fa un loro contemporaneo, Josef August Lux, dalle pagine della rivista “Deutsche Kunst und Dekoration ”:

“La ‘Wiener Werkstätte’ si estende su tre piani, e possiede propri laboratori di metallurgia, oreficeria e argenteria, legatoria, pelletteria e per la produzione e la verniciatura di mobili, oltre a locali pieni di macchinari, studi d’architettura, aule di disegno e spazi espositivi. Nel frastuono di questa vera e propria fucina, gli artisti-artigiani si dedicano con calma al loro ispirato lavoro manuale. Le macchine non mancano di certo; al contrario, la Wiener Werkstätte dispone di tutte le innovazioni tecnologiche atte ad agevolare il processo di produzione, ma qui esse non spadroneggiano da tiranne, bensì fungono da utili e volonterose servitrici. Il prodotto, perciò, è privo dell’impronta della produzione meccanica e incorpora, invece, lo spirito dell’artefice, rivelando l’intervento della sua mano esperta. Il principio fondamentale della Wiener Werkstätte – che dovrebbe, peraltro, essere fatto proprio da tutti gli artigiani che ambiscano ai massimi traguardi – è il seguente: meglio lavorare per dieci giorni su un singolo oggetto, che produrre dieci oggetti in un solo giorno. Il pezzo così prodotto dimostrerà tutta l’abilità tecnica e artistica necessaria alla sua creazione, e il suo valore artistico risiederà dove raramente lo si trova e dove, invece, dovrebbe trovarsi sempre: non nella decorazione esteriore o nelle rifiniture formali, bensì nella serietà e nella dignità sia del lavoro intellettuale sia di quello manuale. Ogni oggetto reca impressi i segni di entrambi questi aspetti, poiché non solo assume la forma scelta dall’artista, ma rivela anche l’intervento del produttore, dell’artigiano, del singolo lavoratore che lo ha realizzato”(4)

Intreccio dunque di lavoro intellettuale e manuale al fine di una produzione di carattere artistico-artigianale qualitativamente alta, con una forte attenzione anche ai risvolti sociali, furono dunque i tratti che improntarono la filosofia e l’operato dei promotori della “Wiener Werkstätte ”.

Per quanto concerne poi l’aspetto più prettamente artistico, sulla scia dello stile di Hoffmann e Moser, a prevalere fu soprattutto l’elemento decorativo geometrico, il quadrato in particolare, che costituì la base formale dello stesso logo della Wiener Werkstätte.

L’elemento decorativo cubico, la struttura lineare e l’uso della superfice piana furono i tratti che contraddistinsero anche le due massime espressioni architettoniche prodotte dalla “Wiener Werkstätte”: il sanatorio di Purkersdorf nei pressi di Vienna e il Palazzo Stoclet a Bruxelles.



Per saperne di più:

- BISANZ H., WAISSENBERGER R., (a cura di), Ver Sacrum: die Zeitschrieft der Wiener Secession, 1989-1903, Museen der Stadt Wien, Wien 1982.
- FAHR-BECKER G., Art Nouveau, Köln 1997
- FANELLI G. (a cura di), Fin de Siècle, al vita urbana in Europa, Firenze 1991
- FANELLI G., La linea viennese, Firenze 1989.
- FESTI R., I manifesti della Secessione Viennese, Die Plakate der Wiener Secession 1898:1905, catalogo dela mostra di Treviso-Bolzano Bozen 2001, Treviso 2001.
- FRESCHI M., La Vienna di fine secolo, Roma 1997.
- Le arti a Vienna. Dalla Secessione alla caduta dell'impero asburgico, catalogo della mostra di Venezia 1984, Milano 1984.
- LUX J. A., Wiener Werkstätte - Josef Hoffmann und Kolomann Moser,in “Deutsche Kunst und Dekoration”, vol.15, 1904-05.
- NEBEHAY C. M., Ver Sacrum: 1898- 1903, Wien 1975
- SCHWEIGER W. J., Meister Werke der Wiener Werstätte. Kunst und Handwerk, Lienz 1990, trad. it.: Wiener Werkstätte. L'artigianato diventa arte 1903-1913, Milano 1990.
- Traum und Wirklichkeit. Wien 1870-1970, catalogo della mostra, Wien 1982.
- Ver Sacrum, die Zeitschrieft der Wiener Secession 1898-1903 Wien 1982.
- VINCA MASINI L., Il liberty-Art Nouveau, Firenze 2000.
- WAGNER O., Moderne Architektur, Wien 1896.

NOTE

1 BAHR H., in “Ver Sacrum”, maggio–giugno 1898
2 WAGNER O., Moderne Architektur, Wien, 1896, p.37
3 “Non ammettiamo alcuna distinzione tra ‘arti maggiori’ e ‘arti minori’, tra arte per i ricchi e arte per i poveri. L’arte è patrimonio di tutti”. Così declamava il primo numero di “Ver Sacrum” (1898)
4 LUX J. A., Wiener Werkstätte – Josef Hoffmann und Koloman Moser, in “Deutsche Kunst und Dekoration”, vol.15, 1904-05. Traduzione tratta da FAHR- BECKER G., Art Nouveau, Könamann, Köln 1997, pp.364-5

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