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J. DIVEKY. Piazza Santo Stefano a Vienna

Vienna capitale del XX secolo: lo sguardo di Arthur May

di Elena Farruggia

Un quadro particolare del fermento culturale che, attraverso l’incontro (o lo scontro) tra le più diverse arti, caratterizzava Vienna negli anni della Secessione, ci viene offerto dallo storico americano Arthur May.

Nato nel 1889 a Rochdale (Pennsylvania) Arthur May per quasi quaranta anni ha insegnato Storia all’Università di Rochester. Ha dedicato principalmente i suoi studi alla storia centro-europea, con una particolare attenzione per le vicende della monarchia austro-ungarica, soggiornando a lungo in Europa e soprattutto a Vienna dove lo portavano le sue ricerche d’archivio. A questi temi sono dedicati i volumi The Age of Metternich (1933), The Habsburg Monarchy (1951)(1), Vienna in the Age of Franz Joseph, (1966), The passing of the Habsburg Monarchy, 1914-1918 (1966). May è morto nel 1968, mentre ancora attendeva alle sue ricerche sulla monarchia asburgica.

Le pagine che seguono sono tratte da Vienna in the Age of Franz Joseph, un volume pubblicato nel 1966 (inedito in Italia)(2) che secondo lo stesso May doveva essere un “tributo di amore e entusiasmo per la città che amava attraverso una vivida descrizione della sua storia culturale e sociale, delle sue trasformazioni urbanistiche, del suo rigoglio intellettuale e scientifico negli anni miticí della Jahrhundertswende”(3) (come scrive Angelo Ara nell’Introduzione all’edizione italiana de La monarchia asburgica) e che raccoglie le lezioni da lui tenute nei survey courses dell’Università di Rochester.

Proprio il carattere di “lezione” fa sì che la forma espositiva sia estremamente discorsiva, e che nei singoli capitoli vengano abbracciati una serie di temi che trovano poi successivi approfondimenti in altre sezioni del testo: così il capitolo La città d’oro del Kaiser qui riportato traccia una sorta di affresco in cui personaggi della letteratura, del teatro, dell’architettura, delle arti figurative, vengono citati non tanto per il valore delle loro opere, ma per la funzione che May ritiene abbiano avuto nel vivificare, nelle sue mille sfaccettature, il mondo culturale della città.

In questa sorte di caleidoscopio artisti meno noti si affiancano a quelli più famosi; opere minori vengono citate a scapito di quelle maggiormente riconosciute dai critici, personaggi dello spettacolo balzano alla ribalta, con un’ottica spesso rivolta anche al successo ottenuto in America.

Per tutte queste ragioni dunque “La città d’oro del Kaiser” può fornire un ottimo spunto didattico, per costruire una rete di collegamenti con i temi affrontati più diffusamente nel presente volume e per analizzare il punto di vista particolare di May sul periodo della Secessione.

La città d’oro del Kaiser

Dopo la Prima Guerra Mondiale , che frantumò l’Impero austriaco, era più che comprensibile che da più parti si guardasse indietro con nostalgia e rimpianto ai ” bei vecchi tempi” della Vienna anteguerra, la capitale - politica, economica e culturale- di una grande potenza multinazionale la cui popolazione eccedeva i cinquanta milioni di abitanti. L’immagine di una ”Gaia Vienna” si era inoltre radicata nel folklore mondiale; in un aforisma dello scrittore svizzero Gottfried Keller era stata definita come “una città di gioia, di melodia, quella felice, superba Vienna”, un’interpretazione, bisogna ripeterlo senza posa, che racchiudeva in larga misura mito e leggenda. Tuttavia l’opinione di Keller era suffragata da una diversità di talenti culturali ed intellettuali, che indulgevano nella sperimentazione fino al “punto di turbolenza”. Questo clima è stato talvolta interpretato come manifestazione di un atteggiamento disilluso e decadente della intellighenzia viennese. Certamente l’umore generale di quel periodo, la rapida disintegrazione del liberalismo e il trionfo del socialismo cristiano agirono profondamente sugli interessi e le energie degli intellettuali.

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