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Robert Musil, 1918

Robert Musil (7)

Per Robert Musil “Questa grottesca Austria non è nient’altro che un caso particolarmente chiaro del mondo moderno”.(8)

Nel 1919 scriveva:

“Questo sonnolento Stato, che vegliava sul suo popolo con due occhi chiusi, aveva in verità anche reali accessi di durezza e di tirannia; questo accadeva sempre quando si lasciava spingere troppo oltre e non c’era più una via onorevole per tornate indietro. Allora procedeva con misure di polizia, col pubblico ministero e con ordinanze assolutiste, per poi, dopo pochi istanti, spaventato dalla irritata opposizione che incontrava, fare timorosamente marcia indietro e rinnegare i suoi propri organi (...). Lo spirito di questo Stato può essere definito assolutistico contro voglia; avrebbe volentieri proceduto democraticamente, se solo lo avesse saputo fare. Ma che cos’era questo Stato? Non era stato gestazione di nessuna nazionalità unica, e di nessuna libera confederazione di nazioni, che gli avesse creato lo scheletro, e che continui a rinfrescarne il tessuto con la forza del suo sangue; non lo nutriva lo spirito che si forma nella società privata, spirito che quando ha raggiunto una certa forza in qualche questione, si immette nello Stato; nonostante il talento della classe impiegatizia e molti buoni lavori particolari, non aveva propriamente cervello, perché mancava una centralizzata formazione di volontà e di idee. Era un organismo amministrativo anonimo; propriamente un fantasma, una forma senza materia, frammisto di influssi illegittimi, in mancanza di legittimi.”(9)

“Dalla mentalità, liscia come un olio, degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta l’Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene cosa stesse nascendo; nessuno avrebbe potuto dire se sarebbbe stata una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo ordinamento della società. Perciò ognuno ne diceva quel che voleva. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. In ogni luogo compariva improvvisamente l’uomo che ci voleva; e, cosa assai importante, uomini pieni d’intraprendenza pratica s’incontravano con uomini pieni d’intraprendenza spirituale. Fiorivano ingegni che prima erano stati soffocati o non avevano mai partecipato alla vita pubblica. Erano diversissimi fra loro, e il contrasto fra i loro scopi non avrebbe potuto essere maggiore. Si amava il superuomo, e si amava il sottouomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si professava il culto dell’eroe e il culto socialista dell’umanità; si era credenti e scettici, naturisti e raffinati, robusti e morbosi; si sognavano antichi viali di castelli, parchi autunnali, peschiere di vetro, gemme preziose, hascisc, malattia, dèmoni, ma anche praterie, sconfinati orizzonti, fucine e laminatoi, lottatori ignudi, rivolte degli operai schiavi, primi progenitori dell’uomo, distruzione della società. Certo erano contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici, ma avevano un afflato comune; chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un nonsenso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto si era amalgamato e aveva un senso baluginante. Quell’illusione, materializzata nella magica data della svolta del secolo, era così forte che gli uni si gettavano entusiasmati sul secolo nuovo e ancora intatto, mentre gli altri si attardavano nel vecchio come in una casa dalla quale bisognava tuttavia traslocare, senza però che i due atteggiamenti apparissero molto diversi”.(10)

E ne L’uomo senza qualità descrive così Kakania: (11)

“C’erano mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato tra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso.

[Kakania] era liberale per Costituzione, ma era governata clericalmente. Era governata clericalmente, ma vi si viveva liberamente. Di fronte alla legge tutti i cittadini erano uguali, ma non tutti erano proprio cittadini (...).

Si agiva in questo paese - e talvolta fino ai più alti gradi della passione e delle sue conseguenze - diversamente da come si pensava, e si pensava diversamente da come si agiva (...).

(...) era lo Stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti e cinti della grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta. “E’ capitato che ...” si diceva, mentre altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri (...).

Kakania era animata da una diffidenza acquisita in grandi esperienze storiche contro tutti gli o/o, e aveva sempre l’opinione che nel mondo ci fossero molte più contraddizioni di quelle per le quali alla fine è andata in rovina. Il suo principio fondamentale di governo era il sia/sia, o, ancora meglio, con la più grande moderazione il né/né”.(12)

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