Lab*Home > Pubblicazioni > Indice > La Secessione < capitolo 4: Stefan Zweig >
 
indietro-cap 4.0   stampa/salva cap.4 Rtf stampa/salva cap.4 Html salva tutti i cap. bibliografia galleria immagini   avanti-cap 4.2
 
F. von MYRBACH. 1° Maggio al Prater

Stefan Zweig (2)

“Non ho mai attribuito tanta importanza alla mia persona da sentire il desiderio di raccontare ad altri la storia della mia vita. Molte cose dovevano accadere, molti più eventi, catastrofi, prove di quanto solitamente tocchi ad una singola generazione, prima che trovassi il coraggio di un libro che ha il mio io protagonista, o per meglio dire quale centro. (…)

L’epoca offre le immagini e io vi aggiungo le didascalie e non narrerò tanto il destino di me solo, quanto quello di tutta una generazione, della nostra inconfondibile generazione, la quale forse più di ogni altra nel corso della storia è stata gravata da eventi. Ciascuno di noi, anche il più piccolo e trascurabile, è stato sconvolto sin dall’intimo della sua esistenza dalle quasi ininterrotte scosse vulcaniche della nostra terra europea, e fra questi innumerevoli io non mi posso attribuire che un privilegio: come austriaco, come ebreo, come scrittore, quale umanista e pacifista, mi sono volta a volta trovato là dove le scosse erano più violente. Esse per tre volte hanno distrutto la mia casa e trasformata la mia esistenza, staccandomi da ogni passato e scagliandomi con la loro drammatica veemenza nel vuoto, in quel ‘dove andrò?’ a me già ben noto. Ma non lo voglio deplorare, giacché appunto il senzapatria ritrova una nuova libertà, e solo chi non è più a nulla legato non ha più bisogno di aver riguardo per nulla. (…)

Io sono, in verità, come raramente altri fu, divelto da tutte le radici, persino dalla terra di cui queste radici si nutrivano. Sono nato nel 1881 in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica: essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che essa venisse degradata a città provinciale tedesca. La mia opera letteraria nella lingua in cui fu scritta fu ridotta in cenere, e proprio nel paese dove i miei libri si erano resi amici a milioni di lettori. Io ora non appartengo ad alcun luogo, son dovunque uno straniero, e tutt’al più un ospite; anche la vera patria, che il mio cuore si era eletta, l’Europa, si è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fraterna”.(3)

“Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. I diritti da lui concessi ai cittadini erano garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente eletta, e ogni dovere aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma , un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avazamento o quello della pensione. Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla casa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabilito. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione.

Questo senso di sicurezza era il possesso più ambito, l’ideale comune di milioni e milioni. La vita pareva degna di essere vissuta soltanto con tale sicurezza e si faceva sempre più ampia la cerchia dei desiderosi di partecipare a quel bene prezioso”.(4) “Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco di irritazione e di disprezzo, perché invece di essere ‘attivi’ e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra.
       ‘Vivere e lasciar vivere’ era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all’occasione, in buona pace e persino i movimenti politici e sociali erano privi di quell’animosità crudele che è penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima guerra mondiale. Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la birra o il caffè e dandosi del tu.
       Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne borgomastro a Vienna nulla si mutò nei rapporti privati ed io personalmente debbo dichiarare di non aver mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio né nella scuola né nell’università né nella mia vita letteraria. L’odio da paese a paese, da popolo a popolo, da tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo, nazione da nazione (…); la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale.
       Non fu un secolo di passione quello in cui io nacqui e fui educato. Era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. Il ritmo della nuova velocità non si era ancora propagato dalle macchine, dall’automobile, dal telefono, dalla radio e dall’aeroplano sino all’uomo: il tempo e l’età avevano altre misure. Si viveva più comodamente”.(5) La struggente memoria del mondo di ieri da parte di Zweig, in realtà, è la costruzione del mito absburgico. Claudio Magris è il principale studioso europeo del mito della Austria-Ungheria tra XIX e XX secolo e così lo definisce: “Il termine mito, che di per sé indica un’alterazione e una deformazione della realtà dovute al desiderio di estrarre da questa una sua pretesa verità essenziale, un suo ipotetico nucleo metastorico che ne riassuma il più vero significato, acquista in questo caso una particolare accezione. Il mito absburgico non è un semplice processo di trasfogurazione del reale, proprio di ogni attività poetica, ma è la completa sostituzione di una realtà storico-sociale con un’altra fittizia ed illusoria, è la sublimazione di una concreta società in un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola. Va da sé che questa mitizzazione non è un’astratta fantasticheria, e che quindi è capace talvolta di cogliere alcuni aspetti reali della civiltà absburgica, e di coglierli anzi con particolare finezza di penetrazione. E va altrettanto da sé che non tutti gli scrittori si sono limitati a una superficiale laudatio del buon tempo antico austriaco: l’ironia di un Musil ha anzi sfrondato senza pietà la patina aulica e rispettabile che copriva come una pia polvere, il tramonto dell’età francogiuseppina”.(6)

continua: [1] [2] [3] [4] [5]
EMScuola Lab*doc storia/Geschichte, Via del Ronco 2, I-39012 Bolzano, tel.:0471/4114 62-60 Contattaci