Lab*Home > Pubblicazioni > Indice > La Secessione  < Capitolo 1 >
 
  stampa/salva cap 1 Rtf stampa/salva cap 1 Html salva tutti i cap. bibliografia galleria immagini   avanti-cap 2
 
A. ROLLER,Manifesto per la XVI esposizione, 1903

I manifesti della Secessione Viennese

Motivi e potenzialità della mostra alla Galleria civica di Bolzano

Silvia Spada Pintarelli

Otto anni scarsi dura il periodo della Secessione viennese in senso stretto: dal 21 giugno 1897 alla primavera 1905, quando Gustav Klimt - che ne fu il rappresentante più prestigioso - si stacca assieme ad un gruppo di artisti ormai in aperto dissidio con una certa impostazione commerciale che stava prevalendo nell’attività espositiva del gruppo.

Sono comunque otto anni sufficienti a far sì che la Secessione si guadagni un posto indiscutibile alle radici dell’arte del nostro tempo. Essa accompagna, come altri movimenti, il passaggio al nuovo secolo, periodo che - a posteriori - riconosciamo denso di segnali indicatori della crisi epocale che si andava maturando e che sfocerà nella prima guerra mondiale.

Succede spesso che i grandi mutamenti economici e sociali e le profonde crisi che li accompagnano vengano preceduti da movimenti artistici che mettono la forma al centro della propria poetica, cercando di esorcizzare la paura del mutamento imminente attraverso la scelta di contenuti gradevoli e poco impegnativi, sostenendo il tutto mediante modelli formali sontuosi, ricchi, persino esageratamente decorativi. Per fare degli esempi paralleli possiamo citare il Gotico internazionale che, a cavallo tra Tre- e Quattrocento, riempie l’Europa di dolcissime immagini, raccontando a punta di pennello nei toni prediletti del bianco, del blu e dell’oro, favole piacevoli riferite ad un passato perduto e vagheggiato. E` il canto del cigno della nobiltà feudale.

La Rivoluzione francese, invece, è preceduta dall’Arte rococò che, nella seconda metà del Settecento, accompagna, quasi a passo di danza, con immagini superficiali e spumeggianti l’inarrestabile decadenza della società nobiliare del tempo.

Anche la Secessione viennese è largamente debitrice nei confronti di un decorativismo spinto che muta la realtà in forma sinuosa, o geometrica, e privilegia accordi di colori elegantissimi - nero, bianco ed oro, prima di tutto - tendenti ad un successivo, sempre più raffinato processo di astrazione. Ma il pericolo insito in queste scelte, quello cioè di estinguersi per eccessivo languore, di involversi nell’autocontemplazione, viene almeno in parte superato dal movimento secessionista per mezzo di una ben radicata base teorica (che trova nella rivista Ver Sacrum il luogo di dibattito e di divulgazione), di un continuo confronto con le altre espressioni artistiche del tempo (che trovano nelle ventitré esposizioni del gruppo fecondi momenti di confronto) e della fenomenale personalità artistica del suo leader, Gustav Klimt.

Del resto, già dall’inizio, la Secessione di Vienna aveva dimostrato, pur nell’adesione a modelli comuni e condivisi, di saper vibrare alla presenza di stimoli artistici differenti e contrastanti; non bisogna dimenticare che il gruppo si forma anche dalla fusione di parte degli aderenti alla Hagengesellschaft (Leopold Stolba, Johann Viktor Krämer, Adolf Böhm, ad esempio) con quelli del Siebener-Club (Joseph Maria Olbrich e Kolomann Moser, innanzitutto). Sono entrambi gruppi artistici che, nella Vienna di fine Ottocento, ancora invischiata in un’arte di taglio accademico e romantico, cercavano una propria via verso la “modernità“: i primi rifacendosi principalmente alla Secessione di Monaco, riprendendone da un lato l’inclinazione caricaturale, dall’altro le forme floreali e sinuose, più tipicamente liberty, che evolvono poi verso contorni ben marcati riempiti di colori variopinti; i secondi rifacendosi da un lato all’Impressionismo francese (Joseph Engelhart) e dall’altro ai movimenti inglesi di impronta preraffaellita che, nel recupero del “sano artigianato medievale“, contrapposto alla crescente industrializzazione, apriranno verso “l’opera d’arte totale“ (Kolomann Moser).

Domina su tutti Gustav Klimt che, terminata l’esperienza secessionista, riuscirà a trasformare la sua arte addirittura in senso espressionista.

Ciò premesso, la singolarità di questa mostra, organizzata insieme ai Musei civici di Treviso, con la collaborazione del MAK (Museum für angewandte Kunst) di Vienna, il sostegno di Unindustria di Treviso, e curata da Roberto Festi ed Eugenio Manzato, in occasione della quale è stato predisposto questo volume didattico, sta nell’aver scelto, tra i molteplici argomenti possibili per una mostra sulla Secessione di Vienna, di parlare di Secessione attraverso lo strumento principe di comunicazione, scelto dagli artisti stessi. Viene infatti esposta la serie completa dei manifesti pubblicitari delle ventitré esposizioni del gruppo (in realtà i manifesti esposti sono ventuno: manca quello della penultima, del 1904, creato da Josef Plecnick, di cui non ci risultano esemplari in collezioni pubbliche, mentre per la seconda e la terza viene utilizzato lo stesso manifesto di Joseph Olbrich, che rappresenta la sede espositiva del gruppo a Vienna).

In questo modo, pur con un numero limitato di opere, è possibile ripercorrere tutto lo sviluppo artistico del movimento e indagarne le differenti componenti costitutive.

I due manifesti di mano di Klimt (I esposizione, 1898 e XVIII esposizione, 1903-1904), il primo con Teseo ed il Minotauro, il secondo con la testa di Minerva, mostrano, al di là dell’eccellenza grafica, la capacità dell’artista di dare respiro monumentale alle sue opere e, nel secondo caso soprattutto, di caricare di fortissimo contenuto intellettuale un’opera grafica al limite dell’astrazione.

Alfred Roller (IV esposizione, 1899) si mostra ancora legato ad espressioni naturalistiche e di atmosfera; per il manifesto della VI esposizione (1900) viene scelta direttamente un’opera giapponese, a dimostrazione del grande tributo di cui la Secessione è debitrice nei confronti dell’arte di quel paese, facilmente verificabile, del resto, nel manifesto di Maximilian Kurzweiler per l’esposizione XVII del 1903 e, più sottilmente, in quello di Leopold Stolba per l’ultima mostra del 1905.

Di impronta liberty i manifesti per la V (1899-1900) e per la VII esposizione (1900), rispettivamente di Kolomann Moser e di Josef Maria Auchentaller. Moser si riproporrà, notevolmente cambiato, solo due anni dopo, con il manifesto per la XIII mostra che, assieme con i tre magnifici manifesti di Alfred Roller (XII, 1901-1902; XIV, 1902; XVI, 1903) e con quello di Adolf Böhm per la XV esposizione (1902), mostrano il raggiunto accordo del gruppo per un’arte sempre più bidimensionale ed astratta, dove acquista significato portante l’utilizzo di un alfabeto fortemente strutturato in senso monumentale, che passa da un uso strumentale (scritta pubblicitaria della mostra) ad una propria autonoma valenza artistica.

E` esemplare in questo senso l’ultimo manifesto di Roller dove le tre Esse della scritta ‘Secession’ sembrano diventare tre leggiadre ballerine.

Si stacca notevolmente dall’insieme solo il manifesto di Ferdinand Hodler per la XIX mostra (1904), artista svizzero invitato ad esporre ma non appartenente al gruppo dei secessionisti.

EMScuola Lab*doc storia/Geschichte, Via del Ronco 2, I-39012 Bolzano, tel.:0471/4114 62-60 Contattaci