Donne nella storia/donne nella scuola
[di Lucia Motti
La scuola: un "luogo di donne"?
Può sembrare strano sostenere la necessità di proporre la storia delle donne come un utile strumento per rafforzare l'identità femminile nelle ragazze e il rispetto per l'altro da sè nei ragazzi, in un ambiente, come quello della scuola, in cui le donne sono perfettamente a loro agio, tanto da far parlare della scuola come di un "luogo di donne"[1].
Il personale docente è infatti in larga maggioranza femminile, le ragazze, oltre a rappresentare, dalla metà degli anni Ottanta, la maggioranza degli studenti, anche nella scuola secondaria superiore, ottengono mediamente risultati migliori rispetto ai colleghi maschi: l’atmosfera non è certo di emarginazione per quanto riguarda le donne.
Malgrado la percezione diffusa, soprattutto tra le giovani donne, che la parità sia ormai un dato acquisito, la scuola ci appare un po’ come “un mondo incantato”, un luogo protetto, rispetto ad una realtà lavorativa e professionale che su questo terreno presenta segni molto contraddittori.
Se infatti i media tendono a presentarci situazioni che vedono le donne affermarsi in tutte le professioni, anche in quelle considerate tradizionalmente maschili, le indagini statistiche ci dimostrano che, a parità di titolo di studio, le ragazze incontrano, ancora oggi, più difficoltà dei loro coetanei nel trovare un lavoro adeguato alle loro capacità[2]. Permane, come hanno dimostrato i dati diffusi alla Conferenza mondiale sulle donne, svoltasi a Pechino nel 1995, una concezione tradizionale della famiglia, che attribuisce alle donne italiane, tra quelle dei paesi occidentali, il poco invidiabile record del maggior numero di ore dedicate alla cura della casa. Nel Parlamento italiano la percentuale di donne elette risulta di poco superiore a quella del 1948, così come pochissime sono le donne che occupano posti di rilievo nella Pubblica amministrazione e nell'imprenditoria[3]. Anche nella scuola una reale parità non è poi così scontata: le donne, che costituiscono la quasi totalità delle insegnanti di scuola materna, diminuiscono progressivamente di numero, sino a diventare una netta minoranza tra i docenti titolari di cattedra universitaria, così come relativamente bassa, rispetto al numero delle insegnanti, è la percentuale di donne tra i capi di istituto. Soprattutto, sino a poco tempo fa, le donne si sono dovute limitare a trasmettere saperi disciplinari alla cui elaborazione, a causa della loro millenaria esclusione dall'istruzione, erano state estranee. Vorremmo allora proporre la storia come bussola, per aiutarci a capire le origini del perdurare di una disuguaglianza di fatto, una storia, però, che, a differenza di quella ancora troppo spesso "raccontata" nei libri di testo, sappia rivolgere il suo sguardo al diverso percorso nel tempo seguito da donne e uomini, una storia, cioè, attenta al "genere"[4] dei soggetti.
La storia come necessità sociale
La storica americana Gerda Lerner, ci ricorda che "fare storia, per le società come per gli individui, non è un lusso intellettuale superfluo, ma è una necessità sociale". Fare storia è un processo attraverso il quale gli esseri umani conservano ed interpretano il passato, e poi lo reinterpretano alla luce del presente[5].
Se memoria collettiva e storia sono i quadri entro i quali si costituiscono la memoria e l’identità individuale e collettiva, bisogna riconoscere che le donne, così a lungo escluse o, nella migliore delle ipotesi, relegate ai margini della storia insegnata, anche per questo hanno sofferto di una distorsione della percezione di sè, sino ad interiorizzare un senso d'inferiorità nei confronti dell'altro sesso.
Il fatto che la storia non le preveda, se non di rado, come soggetti attivi e non fornisca possibili modelli di identificazione, produce, come dimostrato da recenti ricerche, “smemoratezza” nelle ragazze e incapacità di pensarsi liberamente in un progetto futuro.[6]
La storia insegnata nella scuola appare spesso così, lontana dalla realtà presente, più vicina alla mitologia che alla storiografia. La mediazione operata nella trasmissione, implica, inoltre, operazioni che, apparentemente neutrali o oggettive, in realtà, tali non sono. Selezione dei contenuti, generalizzazione, sintesi, sono operazioni che producono una narrazione storica che rispecchia valori e immaginario (inteso come rappresentazione mentale del mondo nel quale collocare i rapporti sé/altro da sé), al cui centro è il soggetto maschile e l’altro è rappresentato dal femminile.
In questo modo il ruolo attivo di protagonista dei processi storici appare una prerogativa maschile e diventa quasi inevitabile l’enfasi sui conflitti, i grandi eventi, i grandi personaggi.
Quale effetto producono queste immagini nelle ragazze?
Di fatto, viene loro negata la possibilità di sentirsi rappresentate nella storia dalle loro simili, viene negata una tradizione femminile, viene negato il valore storico dell’esperienza femminile, viene negato il ruolo positivo e attivo nei processi storici.
Le donne sono, come è stato scritto, delle "straniere nei territori della storia”.
Ne deriva un senso di estraneità alla storia, come dimensione lontana dall’esperienza quotidiana, che poco o nulla ha a che fare con il presente e col proprio essere al mondo, una materia scolastica raramente interessante.
E’ triste pensare che ancora oggi si possa in larga parte sottoscrivere quanto Mary Astell, femminista inglese, scriveva nel 1705: “Quando gli uomini vogliono esprimere particolare rispetto per l’intelletto di una donna, le raccomandano di leggere storia. Ma, sia detto col dovuto rispetto, la storia può servire a noi donne per passare il tempo o per fare conversazione. Non può fornirci regole di condotta o suscitare in noi un generoso spirito di emulazione […], sono gli uomini a scrivere la storia e raramente hanno la condiscendenza di prendere atto di ciò che di buono e di grande è stato compiuto da una donna, e, se lo fanno, è con questa sagace considerazione: che le azioni di tali donne hanno superato i limiti del loro sesso”[7]
Mary Astell coglie acutamente che il problema non è quello di una supposta assenza delle donne dalla storia, quanto piuttosto quello del loro non esserci nei racconti degli storici.
Le donne sono, per riprendere una efficace espressione della storica Gianna Pomata, delle “lettrici impreviste”[8] all’interno di un discorso storiografico che, mentre pretende di essere universale, storia cioè del genere umano tutto, di fatto ne esclude la metà.
Si tratta di una concezione e di un insegnamento della storia che producono effetti negativi, non solo nei confronti delle ragazze , ma anche dei loro coetanei. Nelle interviste raccolte nell'ambito di una recente ricerca, presso studenti delle scuole secondarie superiori, viene denunciata una lontananza della storia dal mondo reale. Non sempre è possibile per i giovani cogliere il nesso tra eventi remoti e problemi della società contemporanea. Una storia centrata sui grandi eventi e le trasformazioni epocali, attenta alle ideologie più che ai soggetti protagonisti del processo storico, rende insomma, la storia estranea ai giovani, sia maschi che femmine, anche se in modo differente. Inoltre non è infrequente la domanda "ma insomma, in fondo le donne che cosa hanno fatto di storicamente importante?", che ci mostra come questo racconto storico tenda a rafforzare stereotipi e pregiudizi nei confronti dell'altro sesso.
In che modo, allora, la storia delle donne ha contribuito e può ancora contribuire a modificare una concezione della storia che ignora i soggetti e le loro differenze, in primo luogo quella di sesso? Può essere un utile strumento per riavvicinare i giovani alla storia? Ma cosa vuol dire, in sintesi fare storia delle donne o, come si preferisce dire oggi, fare storia di genere?
Storia delle donne/storia di genere
Preliminarmente bisogna sgombrare il campo da due possibili equivoci.
Il primo riguarda un rapporto tra storia e storia delle donne dove la congiunzione sta ad indicare la convinzione, implicita ma molto diffusa, che esista una storia complessiva, generale, universale, neutra ed una aggiuntiva, settoriale, parziale.
Fare storia delle donne in realtà non vuol dire limitarsi ad aggiungere un capitoletto ad una storia già scritta, ma piuttosto riscrivere una storia che, per essere veramente generale, cioè del genere umano tutto, deve mutare radicalmente il suo sguardo. Come scrive Natalie Davis, occorre incorporare sistematicamente la categoria "identità di genere" (maschile e femminile) tra i presupposti del lavoro storico.
Il secondo equivoco da cui occorre preliminarmente sgomberare il campo è quello relativo all'identificazione tra storia delle donne e storia del quotidiano e della cultura materiale, per cui, al massimo, la storia delle donne può rientrare nella sfera della storia sociale. Un simile atteggiamento equivale a perpetuare lo stereotipo di un mondo delle donne legato alla sfera biologica, ai cicli della natura, relegarlo alla sfera domestica e familiare. In questo modo, contemporaneamente, si ribadisce l'estraneità femminile al mondo della ragione e del sapere, si nega la "politicità" dell'agire femminile, si ripropone in sintesi quella separatezza tra sfera pubblica come luogo privilegiato dell'agire maschile e sfera privata, di esclusiva pertinenza femminile, che per lungo tempo ha costituito l'alibi per legittimare l'esclusione delle donne dalla storia[9]. Gianna Pomata nel suo saggio La storia delle donne: una questione di confine analizza con estrema lucidità le origini di questa esclusione: "Per capire perché le donne non sono presenti nella storia, dobbiamo cercare di capire quali regole determinano la rappresentazione della scena storica, la comparsa e l'assenza, la centralità e la marginalità. In questo spazio, quel che la storia mette a fuoco come suo oggetto privilegiato -l'azione che porta alla ribalta- non è il mutamento in genere, ma il grande mutamento dei processi che culminano teologicamente nella società presente, lo sviluppo, il progresso"[10]. Pomata conclude che "riconoscere la storicità dell'esperienza delle donne, significa soprattutto rimettere in discussione le regole che determinano la centralità e la marginalità nello spazio storico, gli stereotipi del mutamento come progresso e della stabilità come assenza di storia"[11].
Appare quindi evidente perchè la storia delle donne non possa essere considerata una "storia aggiuntiva" e come sia limitativo ricondurla alla sola storia sociale. I problemi posti attengono, infatti, alla sfera dei fondamenti dello statuto disciplinare, propongono un'altra scala di rilevanze del fatto storico, intaccano il concetto di mutamento come centrale, scardinano i confini disciplinari, pongono il problema delle fonti e della scrittura storica e, soprattutto, si interrogano sull'identità sessuata del soggetto che fa storia.
Se in Italia la storia delle donne nasce alla metà degli anni Settanta[12] ad opera di alcune giovani storiche, segnate dall'esperienza del femminismo, con l'esplicito intento di dare voce a quante erano state escluse dalla storia ufficiale e di trovare nella storia delle "antenate" a cui far riferimento, oggi la disciplina vive una fase molto diversa.
Luisa Accati, nella sua introduzione al numero di «Quaderni storici», dedicato a Parto e maternità, momenti della biografia femminile (1980) scrive che "la storia delle donne deve in primo luogo analizzare la differenza femminile, poi approfondire l'analisi mettendo in luce l'intersezione con il maschile e le modificazioni reciproche che tale intreccio produce". In questo modo indica una strada, quella della gender history, tracciata dalle storiche anglosassoni e destinata ad aprire, anche grazie alla pubblicazione in italiano del saggio della storica americana Joan Scott sull'utilità del concetto di " genere" nel lavoro storiografico, un filone di studi, tuttora ricco di prospettive[13].
Trenta anni di ricerca storica delle donne, in Italia, hanno prodotto una mole di riflessioni tale che, credo, nessuno possa negarne il rilievo e l'influenza su importanti aspetti metodologici della disciplina. Sicuramente la storia delle donne ha dei debiti culturali con altre tradizioni storiografiche. Alla storia sociale ed all'esperienza degli Annales, deve soprattutto l'attenzione ai tempi lunghi ed alle persistenze nei processi più che alle discontinuità ed alle fratture, alla tradizione di storia orale del movimento operaio, deve la critica ad una storia politica che privilegia la storia delle idee rispetto a quella dei soggetti, ma in debito è anche verso altre discipline quali l'antropologia, la psicanalisi, la critica letteraria e la sociologia da cui fa derivare la sua ridefinizione delle categorie pubblico e privato[14].
E' l'aver posto al centro della sua riflessione i soggetti, l'aver compiuto quell'operazione che Luisa Passerini chiama " restituire soggettività", l'aver considerato non irrilevante ai fini dell'indagine storiografica la loro identità di genere, l'elemento che in questi anni ha maggiormente caratterizzato la ricerca storica delle donne e, insieme, l'aspetto più ricco di potenzialità euristiche. Restituire soggettività vuol dire anche prendere in considerazione quale senso attribuiscono gli attori storici alle loro azioni, alla loro vita, ai loro pensieri, e in questa operazione le fonti di memoria appaiono indispensabili. Autobiografie, epistolari, testimonianze, sono state spesso guardate con diffidenza dagli storici per la carica di soggettività di cui sono naturalmente portatrici. Ma proprio in questo risiede la loro importanza per una storia che mette al centro i soggetti più che i processi. La storia delle donne ha dovuto d'altra parte spesso fare i conti con il problema delle fonti: prodotte prevalentemente da uomini, le fonti di tipo tradizionale (documenti d'archivio, leggi, dati quantitativi) rimangono spesso "mute" quando vi si cerca la traccia di presenze femminili, o al massimo, come avviene anche per le fonti iconografiche, ci propongono una "rappresentazione" del femminile, i modi cioè attraverso i quali l'immaginario maschile rappresentava le donne. Tra le fonti iconografiche che risultano di straordinaria importanza per la storia delle donne (anche se riflettono più che la realtà storica delle donne i modelli femminili che le varie epoche attribuivano loro), un posto a sè è occupato dall'immagine fotografica. La fotografia infatti, non nega, ma anzi evidenzia le differenze di sesso; inoltre, l'immagine fotografica stessa si presenta come luogo di una relazione, in un incrocio di sguardi, che consente una duplice lettura: mutano i modi in cui le donne si porgono all'obiettivo e muta al tempo stesso la rappresentazione (individuale -del singolo fotografo- ma anche sociale) che delle donne viene fornita.
Un nuovo sguardo, un nuovo significato
L'aspetto più innovativo introdotto dalla storia delle donne consiste, quindi, nel fatto che "invertire lo sguardo" adottare cioè il punto di vista "prospettico" delle donne consente allo storico di dare un nuovo significato al passato comune di uomini e donne.
Come scrive Christiane Klapisch-Zuber, "una rilettura fatta con questo "sguardo prospettico rovesciato" può restituire alle attrici della storia un'insospettata autonomia, e consente -almeno- di illuminare la loro "coscienza di sè" laddove prima si intravvedeva soltanto sottomissione e rassegnazione, laddove i testi sembravano restituire soltanto quelle "ombre, fluttuanti e inafferabili" di cui Georges Duby voleva comunque captare il mormorio dietro le rumorose parole degli uomini"[15].
Allora, quale storia insegnare?
Se pensiamo al modo di fare storia prevalente nella pratica didattica della scuola, appare inevitabile riflettere sulla necessità di modificare l'intero stato della disciplina. Nelle scuole continua infatti troppo spesso a circolare, a parte notevoli eccezioni che stanno diventando sempre più numerose, un sapere storico senza dubbi, senza interrogativi. E' un sapere la cui presunta universalità nasconde la sostanziale svalutazione di attori, azioni, ambiti di vita che la più recente storiografia, e in prima fila quella prodotta dalla ricerca delle donne, ha contribuito invece a riconoscere e a valorizzare.
La risposta al quesito quale storia insegnare, non risiede allora nella scelta di aggiungere un paragrafo o un "capitoletto", ma piuttosto nel rendere i discorsi e i silenzi delle donne storicamente significanti. Si tratta di proporre un "fare storia" anche dei luoghi in cui le donne c'erano e producevano saperi e storia.
Oltre a temi come la famiglia, il lavoro, l'istruzione, analizzati nella lunga durata e che permettono di far emergere le donne come soggetti di azione storica, sarebbe anche importante proporre la conoscenza di alcune biografie di donne, il cui apporto alla scienza, all'arte, al pensiero, alla storia, è poco o nulla valorizzato nei libri di testo, figure, che incrinano la convinzione di chi ha voluto vedere nell'oppressione e soprattutto nell'estraneità al linguaggio e alla cultura il filo conduttore della storia delle donne. Mettere in luce come alcune figure del passato abbiano saputo svolgere lavoro intellettuale mantenendosi fedeli alla loro identità di genere, ci aiuta a superare la lacerazione per cui ancora oggi, troppo spesso, essere intellettuali per molte ragazze vuol dire apparire meno femminili. "Terreno di confine" definisce Gianna Pomata il campo conoscitivo dischiuso dagli studi delle donne. Un terreno che sembra configurare, forse per la prima volta, la possibilità di una conoscenza più fedele alla complessità dell'esperienza umana: naturale e culturale, mentale e corporea, degli uomini e delle donne. Questa, in fondo, è l'ambizione ultima: restituire completezza vera, cioè consapevolezza delle due parzialità che la costituiscono: la maschile e la femminile, tra loro interagenti, alla storia, anche e soprattutto a quella che si trasmette nelle scuole alle nuove generazioni.
[1]La scuola: un luogo di donne? era il titolo di un fascicolo curato dal Gruppo donne di ProForma e Scuola Notizie, pubblicato nell'ottobre 1992
[2] Sulla situazione delle donne in Italia cfr. Chiara Valentini Le donne fanno paura. Milano, il Saggiatore 1997.
[3] Nelle elezioni politiche del 1948 le elette risultavano il 6,8% in quelle del maggio 2001 la percentuale è dell'11,5%.
[4] Per "genere" intendiamo "maschile" e "femminile" intesi come struttura sociale stoeicamente determinata, che hanno la loro origine nella ciltura umana e non nella sfera biologica. Cfr. Generazioni La costruzione sociale del femminile e del maschile, a cura di Simonetta Piccone Stella e Chiara Saraceno, Bologna, il Mulino, 1996. Per l'introdu
[5] Gerda Lerner, La necessità della storia ed il mestiere di storico, in «Memoria », numero 9, 1983, p.95.
[6] Cfr. Nadia Baiesi e Elda Guerra, a cura di, Interpreti del loro tempo Ragazzi e ragazze tra scena quotidiana e rappresentazione della storia, Bologna, CLUEB, 1997.
[7] M. Astell, The Christian Religion as Profess'd by a True Daughter of the Church of England, London 1705, pp. 292-93, cit. in Gianna Pomata, Storia particolare e storia universale: in margine ad alcuni manuali di storia delle donne, in «Quaderni storici», n. 2, agosto 1990, p.343.
[8] Gianna Pomata, ivi p.341.
[9] Sulle categorie di sfera pubblica e sfera privata mi permetto di rinviare a Lucia Motti e Silvana Sgarioto, La cittadinanza asimmetrica. Istruzione delle donne e diritti di cittadinanza fra Settecento e Ottocento, Torino, Paravoa Bruno Mondadori, 2000, pp. 72 e sgg.
[10] Gianna Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, in «Il mondo contemporaneo», vol. X/2. Gli strumenti della ricerca. Questioni di metodo, Firenze, La Nuova Italia, 1983.
[11] Ivi.
[12] Le esperienze pioneristiche dei volumi, di Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia e idi Paola Gaiotti De Biase,Le origini del movimento cattolico femminile, ambedue pubblicati nel 1963, rimangono sostanzialmente isolate e suscitano scarsa eco nello stesso movimento delle donne.
[13] Joan Scott Il "gender" un'utile categoria di analisi storica, in «Rivista di storia contemporanea»,n.4,1987, ora anche in Altre storie. La critica femminista alla storia, a cura di Paola Di Cori,.Bologna, CLUEB, 1996.
[14] In particolare vedi Mariuccia Salvati, Introduzione a La sfera pubblica femminile. Percorsi di storia delle donne in età contemporanea, a cura di Dianella Gagliani e Mariuccia Salvati, Bologna, CLUEB, 1992
[15] Christiane Klapisch-Zuber, La storia delle donne. Un itinerario collettivo e individuale,in Genesis, Patrie e appartenenze, n.1, 2002, p.230.