Figure di spicco nella storia del diritto allo studio delle donne
[di Lucia Motti
Nata nel 1846 a Gatskina, presso Pietrogrado, visse a Milano, dove si dedicò instancabilmente al sostegno dei bisognosi; vicina alle posizioni emancipazioniste, fu tra le fondatrici di una scuola professionale femminile e dell'Università popolare. Suo padre era un italiano rifugiato in Russia durante le campagne napoleoniche, sua madre, Caterina Bauer, tedesca, morì quando lei aveva nove anni.
Venuta in Italia nel 1863, e stabilitasi a Milano per studiare canto, vi sposò, ventenne, l’ingegnere Giuseppe Ravizza, da cui non ebbe figli. Colta, amante della musica e dell’arte, conoscitrice di otto lingue, divenne animatrice di un salotto frequentato da politici e letterati, repubblicani e democratici. Affiancò Laura Solera Mantegazza nell’opera di assistenzialismo pratico che operò a Milano fra i due secoli, diventando popolarissima e nota come la "Madonna dei poveri" e la "Santa laica". Fece parte del Comitato esecutivo dell’Associazione generale di mutuo soccorso per le operaie di Milano e fondò, insieme alla Mantegazza, nel 1870, una scuola professionale femminile che diresse dalla morte della Mantegazza. Organizzò varie opere assistenziali, fra cui la cucina per ammalati poveri, il magazzino cooperativo benefico, l’ambulatorio medico gratuito (che offriva anche assistenza ginecologica alle donne povere e dove prestarono gratuitamente la loro opera alcune tra le prime donne laureate in medicina, come Anna Kuliscioff e Emma Modena). Aderì alla Lega femminile milanese e poi alla Società pro-suffragio, battendosi per il voto alle donne e l’emancipazione femminile. Collaborò al Comitato contro la tratta delle bianche (che si opponeva alla prostituzione forzata di giovani donne, spesso rapite), promosse l’istituzione dell’Università Popolare milanese e diresse la Casa del Lavoro per disoccupati fondata dalla Società Umanitaria. Scrisse libri e articoli sui problemi dell'assistenza sociale, ed ebbe una fitta corrispondenza con esponenti di primo piano dell'arte e della cultura, fra cui la scrittrice Ada Negri. Insieme ad Ersilia Majno, fu tra le fondatrici dell'Unione femminile nazionale, la più importante associazione emancipazionista di orientamento radical-socialista, tuttora esistente. Morì a Milano nel 1915.
Bibliografia: Esistere come donna, Milano, Mazzotta, 1983; Dizionario Biografico delle Donne Lombarde 568-1968, a cura di Rachele Farina, Milano, Baldini & Gastoldi, 1995, ad nomen.

Nata ad Alessandria il 14 Agosto 1876 (il suo vero nome era Rina Faccio), famosa scrittrice e poetessa, esponente del femminismo dei primi del novecento, fondò le scuole rurali dell'Agro pontino, per sollevare dall'ignoranza bambini ed adulti delle zone contadine intorno Roma. Dopo aver cambiato spesso città a causa del lavoro del padre, si stabilì con la sua famiglia nel 1888 a Civitanova Marche, dove iniziò a lavorare nella fabbrica diretta dal padre. Nel 1893, all'età di quindici anni, è costretta a sposarsi con un collega da cui era stata violentata. Il matrimonio, a causa della violenza e della gelosia del marito, fallì ben presto. Questa esperienza condizionò tutta la sua vita e le lasciò una profonda ostilità verso l'istituto matrimoniale. Dopo un tentativo di suicidio, si avvicinò alle posizioni dell'emancipazioniste e iniziò la sua ricerca dell'autonomia. Tra il 1898 e il 1910 collaborò a riviste come la «Gazzetta Letteraria» e «Vita internazionale». Con articoli che già guardavano con simpatia al femminismo. Nel 1895 nacque un figlio, che fu fonte dei pochi momenti felici del suo matrimonio. Nel 1899 si trasferì a Milano, chiamata da Emilia a Mariani a dirigere il giornale «L'Italia Femminile».Nel 1902 ottenne finalmente la separazione dal marito, che però le costò la rinuncia al figlio: perse infatti qualsiasi diritto sul bambino, anche quello di rivederlo. A Roma entrò in contatto con l'ambiente intellettuale e artistico. Nel 1904 l'Aleramo, che insieme ad Anna Celli aveva fondato la sezione romana dell'Unione femminile, convinse il poeta Giovanni Cena, con il quale viveva da un anno, a dedicarsi alla costruzione delle scuole dell'Agro romano, per sollevare dall'analfabetismo le popolazioni contadine. Nel 1906 pubblicò Una Donna, il suo più famoso romanzo a carattere autobiografico, atto di denuncia dell'ipocrisia moralistica dominante a quei tempi nei confronti delle donne. Nell'ottobre del 1909 si recò nel Mezzogiorno con Gaetano Salvemini, per una indagine sulla condizione dell'istruzione nel sud. Nel 1911 insieme a Vincenzo Cardarelli si trasferì a Firenze dove conobbe altri noti intellettuali come Prezzolini e Amendola. Fu amica e corrispondente di importanti letterati ed artisti, quali Gabriele D'Annunzio, Emilio Cecchi e Filippo Marinetti. Dopo la relazione con Cena amò e fu amata da altri poeti e intellettuali, fino all'incontro nel 1936 con il giovane Matacotta al quale restò legata sino al 1946. Nelle sue opere parla spesso delle sue vicende sentimentali, convinta dello stretto intreccio esistente tra vita e letteratura. Nel 1919 venne pubblicato il suo secondo romanzo Il Passaggio. La sua produzione letteraria e giornalistica, benché continuasse a pubblicare libri e raccolte di poesie, non era però sufficiente a garantirle la sicurezza economica, e, spinta dal bisogno, nel 1929, scrisse una lettera a Mussolini ottenendone un vitalizio, malgrado nel 1925 avesse firmato il manifesto degli intellettuali di Benedetto Croce. Durante gli anni del fascismo non partecipò attivamente alla vita politica, ma mantenne l'attenzione verso la condizione delle donne, soprattutto delle intellettuali e delle artiste. Nel 1946, finita la guerra, si iscrisse al Pci e iniziò a percorrere il Paese, affiancando la lettura pubblica delle sue poesie all'attività giornalistica. Continuò la stesura dei Diari sino alla morte avvenuta a Roma il 13 gennaio 1960, dopo una lunga malattia.
Bibliografia: Sibilla Aleramo e il suo tempo. Vita raccontata e illustrata, a cura di B. Conti e A. Morino, Milano, Feltrinelli, 1981;Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, a cura di Annarita Buttafuoco e Marina Zancan, Milano, Feltrinelli,1988.

Bibliografia: Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia, Torino, Einaudi, 1963; Anna Maria Mozzoni, La liberazione della donna, a cura di Franca Pieroni Bortolotti, Milano, Mazzotta, 1975.
Nata a Torino il 23 Marzo 1854, maestra elementare fu una aperta sostenitrice dei diritti sociali e politici delle donne e tra le principali protagoniste della nascita delle prime associazioni di maestri in Italia. Collaborò con Alaide Beccari al giornale «La Donna» e fu un'attiva protagonista del movimento socialista. Nel 1888 partecipò al VII Congresso nazionale degli insegnanti primari, tenutosi a Bologna, con una relazione sull'insegnamento elementare nelle scuole femminili. Un obiettivo costante della sua battaglia politica fu la necessità dell'equiparazione degli stipendi tra maestri e maestre. Nel 1888 Emilia Mariani, introdusse a Bologna i lavori del VI Congresso Nazionale degli insegnanti con la relazione L'educazione sociale della donna. Nella relazione prendeva una decisa posizione contro le scuole femminili pubbliche e private, che ghettizzavano le donne e fornivano loro una. formazione di qualità inferiore rispetto a quella dei maschi. Continuò a denunciare lo scandalo di uno stipendio che, per le maestre, era di un terzo rispetto ai colleghi maschi, ancora ai primi anni del Novecento, in occasione dei Congressi di Perugia e Cagliari dell'Associazione nazionale magistrale. Tra i suoi scritti ricordiamo gli opuscoli La donna e il lavoro e La maestra entrambi del 1895, e il I° Maggio delle donne lavoratrici del 1897. Nello stesso periodo collaborò al mensile «Per l'idea», supplemento letterario del «Grido del Popolo», quindi al milanese « Il Tempo ».
Nel 1895 fondò a Torino la Lega per la tutela degli interessi femminili che era articolata in varie sezioni: scuola e cultura; lavoro e mercedi ecc. La sua attività nella Lega la portò a stimolare la nascita di iniziative simili in molti altri centri del Paese. Nel 1896 fu, con Argentina Altobelli - Segretaria generale del sindacato dei lavoratori della terra, la Federterra - tra le fondatrici del giornale «Vita femminile ». Nel 1899 fondò a Milano la rivista «L'Italia Femminile», di cui diviene direttrice Rina Faccio Pierangeli (il vero nome della scrittrice Sibilla Aleramo). A partire dai primi del novecento si allontanò gradualmente dal movimento socialista organizzato, impegnandosi prevalentemente nel movimento emancipazionista e in particolare per il diritto di voto alle donne. Nel 1906 fondò a Torino il Comitato pro-voto alle donne, di cui rimane presidente fino alla morte, avvenuta a Firenze il 27 febbraio 1917.
Bibliografia: Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori Riuniti, 1976. Ad nomen, voce a cura di E. Santarelli.
Nata a Torino nel luglio 1902, traduttrice dall'inglese di importanti autori, impegnata nella Resistenza, pubblicista e pedagogista. Nel 1923 sposò Piero Gobetti, destinato a diventare uno dei più importanti intellettuali antifascisti, da lei conosciuto nel 1918 e con cui aveva collaborato alla rivista «Energie Nuove». Collabora anche alla nuova rivista fondata da Gobetti «Rivoluzione Liberale», che diventerà un importante punto di riferimento per molti giovani avversi al fascismo; la rivista verrà soppressa dal regime nel novembre del 1925. In questi anni Ada affiancò il marito nel suo impegno politico e culturale, accompagnandolo in Italia e all'estero e mantenendo i contatti con amici e collaboratori.
Piero Gobetti, emigrato in Francia nel 3 febbraio del 1926, per continuare la sua attività antifascista, muore a Parigi il 16 febbraio dello stesso anno: Ada è in Italia, nell'impossibilità di raggiungerlo, con il figlio Paolo, nato da poco più di un mese.
A partire dal 1927 Ada stringe una forte amicizia con Benedetto Croce che la sostiene e la incoraggia nella sua attività di traduttrice. Dobbiamo a questo suo lavoro la conoscenza di autori come James Boswell, Dickens, O'Neill e Cronin, che contribuirono a sprovincializzare la cultura italiana.
Fu sempre Croce ad incoraggiarla nella pubblicazione del saggio Alessandro Pope e il Razionalismo Inglese, edito da Laterza nel 1942.
Negli anni del fascismo è al centro di una rete clandestina di intellettuali, tra i quali Nitti e Carlo Rosselli, che porterà alla costituzione del Movimento Giustizia e Libertà. Anche il suo primo libro per bambini, Storia del Gallo Sebastiano, edito nel 1940 da Garzanti e successivamente ristampato da Einaudi, è una metafora dell'importanza della lotta per la libertà. Nel 1941 partecipò alla fondazione nella clandestinità del Partito d'Azione, mentre il suo appartamento torinese diventava sede d'incontro e rifugio di antifascisti e fuoriusciti rientrati clandestinamente in Italia.
Dopo l'8 settembre del 1945 Ada, con il figlio Paolo, entrò nella Resistenza. Oltre a mantenere i collegamenti tra Torino e le formazioni Giustizia e Libertà operanti in Val Susa e nei vari centri del Piemonte, collaborava alla costituzione delle organizzazioni femminili partigiane: i Gruppi di Difesa della Donna.
Tra le sue imprese va ricordato l'attraversamento invernale con gli sci dei valichi alpini, con l'obiettivo di entrare in contatto con il comando alleato e i partigiani francesi. Al termine della guerra viene decorata con la medaglia d'argento al valore militare e nominata vice Sindaco di Torino. Nel 1956, sollecitata da Benedetto Croce, rievocherà la sua esperienza nella Resistenza nel libro autobiografico Diario partigiano pubblicato da Einaudi. Negli anni del dopoguerra la sua attività prevalente è quella pedagogica, rivolta alla crescita di una cultura democratica nella formazione e nell'educazione delle giovani generazioni.
Pubblica un altro libro per bambini, Cinque bambini e tre mondi, e collabora con Dina Bertoni Jovine alla direzione della rivista «Educazione democratica» e fa parte della redazione della rivista «La riforma della scuola». Dopo la pubblicazione nel 1958 del saggio Non lasciamoli soli, suggeritole dall'esperienza con i nipoti, fondò nel 1961 «Il giornale dei Genitori», sempre legato ai temi di una pedagogia democratica e che fa conoscere in Italia le teorie del celebre dott. Spock, destinato ad influenzare un'intera generazione di madri.
La casa torinese che era stata centro dell'attività antifascista, diventa sede, ad opera di Ada e di Paolo, di un Centro studi dedicato alla memoria di Piero Gobetti. Ada Gobetti muore, mentre era intenta a lavorare alla pubblicazione con la sua corrispondenza con Benedetto Croce, il 14 marzo 1968.
Bibliografia: L'anno di Ada, a cura del centro studi Piero Gobetti, Milano Franco Angeli, 199; «Resistenza», organo dell'Associazione Giustizia e Libertà, n.8, agosto 1968, dedicato ad Ada Gobetti.
Nata a Firenze nel 1869, da colta famiglia ebraica, fondatrice della prima scuola pratica agricola femminile (la Scuola Professionale Agraria Femminile). Rivolta esclusivamente alle donne, la scuola venne inaugurata nel 1901 nell'orfanotrofio della Stella a Milano (nel 1905 si trasferì in una sede autonoma a Niguarda). Si trattò di un'esperienza fortemente innovativa, sia perché non esistevano in Italia istituzioni scolastiche rivolte alla formazione professionale delle giovani donne delle campagne, sia perché improntata a principi pedagogici e didattici avanzati.
Diplomatasi a Firenze in lettere italiane presso il Regio Istituto superiore di Magistero femminile, Aurelia fu molto influenzata dal clima cosmopolita della sua città che favoriva una mentalità progressista e aperta ai problemi della condizione femminile. A ventun anni si trasferì a Milano, per insegnare nella Scuola Normale "Gaetana Agnesi", dove nel 1906 divenne titolare della cattedra di storia e geografia che mantenne sino al 1920.Nel suo insegnamento sperimentò nuove metodologie didattiche allo scopo di accrescere l'interesse delle allieve per le sue materie, in particolar modo per la storia. Costruì, ad esempio, insieme alle ragazze, una sorta di museo geografico e antropogeografico, con cartoline e altri documenti e sostenne l'importanza di utilizzare il teatro come strumento per avvicinare alla conoscenza dei fatti storici e per rendere più immediata e pratica l'esperienza di studio. Tradusse le sue riflessioni didattiche e la sua pratica educativa in due manuali scolastici che riscossero un notevole successo: La storia di Roma ad uso delle scuole secondarie secondo i vigenti programmi (1894) e La storia d'Italia nel medioevo conforme ai programmi governativi delle scuole complementari e tecniche (1899).La scuola da lei fondata (presso la quale lavorò gratuitamente, come organizzatrice e direttrice, dal 1901 al 1931), si rifaceva per indirizzo di studi e per organizzazione didattica, ad esperienze straniere, su cui la Josz si era documentata direttamente. Si era infatti recata, con un contributo del Ministero dell'agricoltura e della Società Umanitaria di Milano, in Svizzera, Inghilterra, Francia e Belgio. Fu profondamente influenzata anche dall'incontro con il movimento emancipazionista, che a Milano aveva un centro nodale di riflessione e organizzazione ed era rivolto soprattutto ad attività sociali per il recupero e la formazione delle giovani delle classi meno abbienti. Ritroviamo questa influenza nella scuola da lei fondata tra i cui obiettivi vi era il recupero delle ragazze più sfortunate (anche per questo venne individuata la sede della scuola nell'orfanotrofio) e la formazione di donne in grado di introdurre, nel lavoro agricolo, una concezione moderna dell'agricoltura. La scuola era frequentata sia dalle interne dell'orfanotrofio sia dalle esterne e raccolse notevoli successi soprattutto nel campo dell'allevamento del baco da seta. La scuola, che inizialmente il fascismo aveva sostenuto, perché compatibile con il suo progetto di formazione per le "massaie rurali", venne dal regime progressivamente emarginata e chiusa nel 1930-1931, sia per ostilità nei confronti della Josz, sia per evitare una possibile concorrente delle scuole rurali istituite dal regime. Verrà riaperta nel 1933, affidata però ad una nuova direttrice vicina al regime. Dopo alterne vicende, la scuola venne trasferita nel 1957 nella Cascina Frutteto nel Parco di Monza, dove tuttora risiede. A partire dal 1931 la Josz si chiuse in un progressivo isolamento, lasciando l'insegnamento alla scuola normale e dedicandosi alla scrittura di due saggi: sul poeta Boiardo e sul filosofo Boezio, interpretati alla luce della sua vicenda personale. Dopo l'approvazione delle leggi razziali da parte del fascismo nel 1938, Aurelia Josz rifiuta di scappare all'estero.
Alla morte del fratello Italo, avvenuta il 1 dicembre 1942, raggiunse ad Alassio la sorella Valeria; a quel punto la situazione in Italia per gli ebrei è degenerata al punto tale da rendere inevitabile l'espatrio. Aurelia ora però non può seguire la sorella, perché infortunata ad un braccio. Il 15 aprile 1944 venne arrestata e condotta nelle carceri di Marassi (Genova) e da lì deportata, prima al campo di concentramento di Fossoli, poi al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove giunse, dopo un viaggio nei vagoni piombati, il 30 giugno 1944. Venne uccisa, durante le selezioni iniziali, il giorno dopo il suo arrivo.
Bibliografia: Paola D'Annunzio, Aurelia Josz (1869-1944): Un'opera di pionerato a favore dell'istruzione agraria femminile, in «Storia in Lombardia», n. 2, 1999, pp. 61-96.
Nata a Milano il 19 agosto 1855, maestra e organizzatrice delle associazioni delle insegnanti elementari, sostenne il movimento per la pace e il diritto di voto delle donne. Fu fra le principali organizzatrici del movimento operaio femminile a Milano, esponente di quel gruppo di donne, vicine alle posizioni socialiste, che svolsero un ruolo centrale tra Ottocento e Novecento per la formazione culturale e il diritto al lavoro delle donne meno abbienti. Maestra comunale, partecipò ai moti sociali del 1898, venne per questo sospesa dall'insegnamento e denunciata. Fu riabilitata nel 1900 e nominata direttrice di una scuola elementare. In seguito fece parte del Consiglio per l'amministrazione degli orfanotrofi cittadini. Andata in pensione nel 1909, continuò a collaborare con Alessandrina Ravizza in varie opere assistenziali, soprattutto a favore dell'infanzia abbandonata.
Fu presidentessa della Lega per la tutela degli interessi femminili ed esponente di primo piano dell'organizzazione che raccoglieva maestri e maestre. Oltre ad aver fondato la Società Figlie del Lavoro, rivolta alla tutela degli interessi delle lavoratrici, nei primi anni del Novecento fu una sostenitrice del movimento per l'Università popolare milanese. La Malnati fu attiva nel movimento per il diritto di voto alle donne e fece parte insieme ad Anna Maria Mozzoni della pro-suffragio universale. Collaborò a numerosi giornali e riviste con articoli a difesa dei diritti delle lavoratrici e soprattutto delle maestre elementari, criticando la discriminazione salariale di cui erano fatte oggetto (a parità di condizione, le maestre guadagnavo 1/3 rispetto ai loro colleghi maschi). Insieme a Emilia Mariani, diresse la rivista «Vita Femminile». Fu direttrice anche della «Difesa delle Lavoratrici», rivista socialista che ospitò spesso suoi articoli sull'istruzione delle donne e sui problemi delle maestre elementari.
Nel 1908, intervenendo al I Congresso di attività pratica femminile, sostenne il diritto delle donne alla giornata lavorativa di otto ore, ala parità retributiva tra lavoranti a domicilio e lavoranti di fabbrica, l'istituzione di moderni nidi d'infanzia e "Case per bambini" (sul modello di quella realizzata a Roma da Maria Montessori) e la necessità di uno sviluppo delle istituzioni sussidiarie alla scuola e dei doposcuola. Molto attiva anche nell'organizzazione degli insegnanti, venne eletta nel 1909 nel direttivo dell'associazione Unione magistrale nazionale. Accesa pacifista venne segnalata nel 1916-1917 dalla polizia per il suo impegno antimilitarista. Tra i suoi opuscoli, numerosi quelli dedicati al tema dell'istruzione: La refezione scolastica (1901), Letterine ad uso delle scuole elementari (1905). Morì a Blevio (Como) il 22 settembre 1921.
Bibliografia: Franca Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia 1892-1922, Milano, Mazzotta, Milano 1974. Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cura di Franco Andreucci e Tommaso Detti, Roma, Editori Riuniti, 1976. Ad nomen, voce a cura di Enzo Santarelli.

Nata a Chiaravalle (Ancona) il 1870, laureata in medicina, nota pedagogista e instancabile animatrice di iniziative per l'infanzia. Di origine benestante, Maria Montessori nel 1875 si trasferì con la sua famiglia a Roma, dove, terminata la scuola elementare, si iscrisse all'Istituto Tecnico, malgrado l'opposizione paterna, diplomandosi nella sezione fisico-matematica. Al termine degli studi superiori, modificò la sua decisione di laurearsi in ingegneria (era un'appassionata studiosa di matematica) iscrivendosi alla facoltà di medicina. Anche questa scelta fu osteggiata in famiglia, molte infatti erano le riserve nei confronti delle donne - peraltro pochissime - che si iscrivevano all'Università e in particolar modo a Medicina. Malgrado non fosse la prima donna ad essersi laureata in medicina (la prima era stata nel 1877 Ernestina Paper di Firenze), la sua presenza nell'Ateneo romano era oggetto di grande curiosità al punto che la rivista «L'illustrazione Popolare» le dedicò un articolo con foto. Nel 1896, poco dopo la laurea, rappresentò l'Italia al Congresso internazionale sui diritti femminili di Berlino, mentre la sua attività scientifica si andava orientando prevalentemente verso la psichiatria.
Nel 1898 dalla sua relazione con Giuseppe Montesano, anch'egli medico e psichiatra, nacque Mario che, anche a causa dei pregiudizi all'epoca nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio, non venne riconosciuto. Gli interessi della Montessori si spostarono progressivamente dai problemi relativi al disagio mentale dell'infanzia alla pedagogia. Nelle conferenze, che teneva in tutta Italia per conto della Lega nazionale per l'educazione dei fanciulli deficienti, ai temi a carattere psichiatrico affiancava considerazioni sul femminismo e sul rapporto tra donne e scienza. A partire dal 1901, per cinque anni, rinunciò all'attività pubblica dedicandosi all'insegnamento nell'Istituto Superiore di Magistero Femminile e presso la cattedra di Antropologia alla facoltà di Scienze Naturali. Tra i suoi testi principali ricordiamo Il metodo della pedagogia scientifica applicato all'educazione infantile nelle case dei bambini (1901) e Antropologia pedagogica (1910). Il suo metodo si basava su un'educazione non coercitiva, rispettosa dell'identità dei bambini e sul metodo dell'autoeducazione. Dedicò particolare attenzione alla creazione di un metodo per l'insegnamento della matematica che illustrò nel libro Psicoaritmetica (1934).
La sua proposta pedagogica si tradusse nell'esperienza della "Casa dei Bambini" realizzata nel 1907 nel popolare quartiere di San.Lorenzo a Roma e seguita da una analoga esperienza a Milano. Dal 1910 si dedicò prevalentemente alla preparazione di insegnanti in grado di lavorare con il suo stesso metodo che presentò anche, negli Stati Uniti e in Spagna. Nel frattempo aveva pubblicato nel 1917 il volume Il Metodo, tradotto nelle principali lingue europee e in giapponese, che riscosse un successo internazionale. Nel 1929 fondò con Freud, Piaget e Tagora l'Association Montessori Internazionale, ma in Italia era ancora poco conosciuta. Il fascismo, vista la notorietà conquistata in campo mondiale, nei primi anni Trenta ripubblica i testi della Montessori, ad opera del Ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, che fonda l'Opera Nazionale Montessori e istituisce una Regia Scuola Magistrale di Metodo Montessori, per la formazione degli insegnanti.
I rapporti di Maria Montessori con il fascismo non potevano però, anche per il radicato pacifismo di Maria, durare a lungo: nel 1933, infatti si dimise dall'Opera e dall'insegnamento nella scuola Magistrale, diffidando il regime dal continuare ad usare il suo nome.
Maria Montessori riprese i suoi viaggi, prima in Spagna, quindi in Olanda (dove in seguito si stabilì definitivamente) e in India, paese che percorse a lungo, incontrando un terreno favorevole al suo insegnamento pedagogico. Rientrò in Italia solo dopo la fine della guerra, nel 1947, per riorganizzare l'Opera a lei dedicata. Il suo metodo non è stato mai ufficialmente adottato nella scuola pubblica italiana, ma ha costituito una fondamentale base pedagogica e didattica per gli insegnanti elementari. Insignita dalla Legione d'onore in Francia, venne candidata per tre volte al premio Nobel per la pace. Rientrata definitivamente in Olanda, vi morì, a 82 anni, nel 1952.
Bibliografia: Donne educatrici, Maria Montessori e Ada Gobetti, a cura di Letizia Comba, Torino, Rosenberg & Sellier, 1996; Sara Sesti e Liliana Moro, Donne di Scienza, 55 biografie dall'antichità al duemila, Milano, Centro Pristem-Eleusi Università Bocconi, 2002.

Nata a Milano il 1 dicembre 1882, da un'agiata famiglia borghese, organizzò e diresse la Gioventù Femminile di Azione Cattolica e fondò, con padre Agostino Gemelli, l9Università Cattolica. Dopo aver compiuto i primi studi privatamente, venne iscritta al collegio delle suore Orsoline. Conseguì la licenza magistrale presso il collegio di Santa Croce delle suore francescane nella Svizzera tedesca che frequentava dall'età di tredici anni. Nel 1910 l'incontro col padre francescano Agostino Gemelli fu determinante per indirizzare il corso della sua vita. Nel gennaio 1917 organizzò con padre Gemelli una grande manifestazione al Sacro Cuore per i soldati italiani, poi estesa anche agli eserciti alleati. Entrata nel 1910 nel Terz' Ordine francescano, fondò ad Assisi, su invito di padre Gemelli, con altre undici terziarie, l'Istituto Secolare delle Missionarie. Fu a fianco di padre Gemelli anche quando questi, nel 1921, fondò l'Università Cattolica del S. Cuore. Armida Barelli ne fu la cassiera e, attraverso l 'Associazione degli Amici, da lei costituita, si dedicò alla raccolta, presso ogni ceto sociale, dai grandi imprenditori ai meno abbienti, dei fondi necessari per il funzionamento dell'ateneo cattolico. Ma l'opera che l'impegnò maggiormente e che le valse una notorietà nazionale fu l'aver organizzato, durante gli anni del fascismo le giovani cattoliche, sottraendole all'egemonia delle organizzazioni del regime. Nel 1917 aveva infatti ricevuto l'incarico dal cardinale Andrea Ferrari di promuovere una associazione della gioventù femminile cattolica. I primi circoli della Gioventù Femminile di Azione Cattolica nascono nel 1918 col sostegno del papa Benedetto XV. Armida Barelli si dedicò con impegno instancabile a diffondere l'iniziativa in tutta Italia: nel corso di vent'anni i circoli diventano 15700, con uno sviluppo vertiginoso delle associate che passano dalle 106 iniziali ad oltre un milione nel 1938. Armida Barelli nota con l'appellativo di " sorella maggiore", fu l'amatissima presidentessa dell'associazione fino al 1946. I circoli della Gioventù Femminile della Azione Cattolica costituirono nel ventennio fascista l'unica alternativa consentita all'irrigimentazione delle donne voluta dal regime e al tempo stesso una opportunità per le giovani di socializzazione e fuoriuscita dalla mura domestiche. Nel secondo dopoguerra, con l'estensione del voto alle donne, Armida Barelli si impegnò per diffondere nelle donne la consapevolezza dell'importanza di diventare parte attiva nella vita politica del paese. Nel 1949 a causa di una grave malattia perse la voce, ma questo non le impedì di continuare il suo impegno nell'associazionismo cattolico fino alla sua morte sopraggiunta il 15 agosto 1952.
Bibliografia: Maria Sticco, Una donna fra due secoli, Edizioni R, Milano 1983.

Nata nel 1859, fondatrice dell'Unione Femminile Nazione e dell'Asilo Mariuccia, fu una delle protagoniste dell'emancipazionismo milanese di fine Ottocento. Figlia di Michele Bronzini, un piccolo imprenditore rimasto vedovo quando lei era ancora piccola, venne allevata da una sorella della madre. La crisi economica che portò il padre sull'orlo del fallimento determinò per lei e per la sorella Virginia l'impossibilità di terminare le scuole primarie; ad occuparsi dell'istruzione della giovane intelligente Ersilia fu allora il fratello Arturo che insegnò alle due sorelle l'inglese e il francese. A ventiquattro anni Ersilia sposò il giovane avvocato Luigi Majno, vicino alle posizioni dei socialisti. La sua prima occasione di impegno sociale si svolse nella guardia medica diurna e notturna gratuita per le donne povere organizzata da Alessandrina Ravizza. Nel corso di quella esperienza conobbe Anna Kuliscioff e prese i primi contatti con quel gruppo di donne della borghesia milanese che, attraverso l'impegno a favore dei ceti più disagiati, avevano dato vita a quello che viene definito "femminismo pratico". Dopo la repressione dei moti del 1898, constatando la facilità con cui le associazioni femminili operaie venivano perseguitate politicamente, propose di riunirle per renderle più forti e accrescere il loro prestigio. Fondò così nel 1899 l'Unione Femminile Nazionale, associazione che, dopo una parentesi di chiusura durante gli anni del fascismo, è tuttora operante. Nel 1902, dopo il trauma subito per la morte della figlia Mariuccia, fondò un istituto, dedicato alla figlia, per il recupero delle bambine e delle adolescenti "traviate", vittime cioè di violenze sessuali, o già avviate sulla strada della prostituzione. Si occupò per tutta la vita dei problemi legati alla delinquenza minorile, soprattutto puntando sul reinserimento sociale delle giovani fanciulle attraverso la formazione e il lavoro. Diresse sino alla morte, avvenuta nel 1933, l'Asilo Mariuccia.
Bibliografia: vedi il sito Unione Femminile Nazionale, la scheda ad nomen curata da Annarita Buttafuoco. Sull'Asilo Mariuccia, Annarita Buttafuoco, Le Mariuccine. Storia di un'Istituzione Laica, l'Asilo Mariuccia, Milano Franco Angeli 1998.

Nata a Torino nel 1909, insignita del premio Nobel per la medicina nel 1986. Figlia dell'Ingegnere Adamo Levi, esponente della colta borghesia di origine ebraica, dopo aver sostenuto da esterna l'esame di maturità, si iscrisse, all'età di vent'anni, alla facoltà di medicina dell'università di Torino. Specializzatasi in neurologia e psichiatria, dovette interrompere la carriera universitaria e la pratica di medicina a causa delle leggi razziali antiebraiche emanate dal fascismo nel 1938. Nel 1939 si trasferì a Bruxelles, ma fu costretta a lasciare l'anno successivo il Belgio a causa dell'invasione nazista. Tornata in Italia continuò le sue ricerche in una stanza della sua abitazione trasformata in laboratorio. Dopo la Liberazione di Firenze, nel 1944, lavorò come medico in un campo profughi. Alla fine della guerra riprese il suo lavoro di ricerca presso l'Università di Torino studiando lo sviluppo del sistema nervoso. Nel 1947 si trasferì negli Stati Uniti dove rimase per trent'anni, lavorando nei laboratori della Washington University di St. Louise. Nel 1954 isolò e identificò il NGF (nerve growth factor), fattore di accrescimento delle fibre nervose. Con questa scoperta aprì la strada alla terapia per il controllo della crescita dei tumori delle cellule nervose. Nel 1958 ottenne una cattedra presso una facoltà americana statunitense dove insegnò sino al raggiungimento della pensione, nel 1967. A partire dal 1962, riprese i rapporti anche con l'Italia, fondando e dirigendo l'Istituto di Biologia Cellulare dell'Università di Roma e ricoprendovi dal 1979 il ruolo di professore ospite. Rita Levi di Montalcini è stata sempre molto attiva nel promuovere la formazione di giovani leve di scienziati, sostenendo la necessità di favorire l'accesso delle donne alle carriere scientifiche. Numerose le sue pubblicazioni, anche a carattere divulgativo, tra queste l'autobiografico Elogio della perfezione (1987). Ancora nel duemila ha pubblicato l'autobiografia Cantico di una vita. Malgrado la sua cecità, partecipa attivamente al dibattito scientifico, intervenendo con autorevolezza su temi scottanti come l'eutanasia, la clonazione e la biogenetica.
Bibliografia: Rita Levi Montalcini, Cantico di una vita, Milano Cortina, 2000; Sara Sesti e Liliana Moro, Donne di Scienza, 55 biografie dall'antichità al duemila, Milano, Centro Pristem-Eleusi Università Bocconi, 2002.
Nata a Milano
nel 1881, giornalista ed emancipazionista, negli anni del fascismo si dedicò ad
elaborare una pedagogia di ispirazione cattolica. Figlia di genitori di
estrazione piccolo borghese, molto devoti, a 18 anni, conseguito il diploma
magistrale, iniziò ad insegnare nelle scuole elementari rurali della provincia
di Milano. La formazione religiosa ricevuta in famiglia e l'istruzione nella
scuola pubblica si unirono ad una precoce sensibilità per la condizione della
donna, maturata osservando il lavoro delle operaie nelle filande, impressionata
dagli orari massacranti, dai miseri salari, dalla mancanza di condizioni
igieniche adeguate.
Nel 1901 la Coari iniziò a collaborare con la redazione del mensile «L'Azione
muliebre», una rivista che divenne ben presto punto di riferimento dei fermenti
femministi presenti nel mondo cattolico, attenta alle questioni sociali ed ai
problemi educativi. Nel 1904, a causa di contrasti con la direttrice Maria
Baldo, lasciò il periodico per fondare una nuova rivista femminile, «Pensiero e
azione». Vicina alle posizioni democratiche di Romolo Murri, la Coari si impegnò
anche nella fondazione del Comitato italiano per la protezione della giovane, e
del Fascio democratico cristiano femminile (1902). Promosse inoltre la nascita
di alcune associazioni operaie, di scuole di economia domestica e di formazione
professionale, e animò circoli di studio che sostennero le campagne a favore
della donna, in particolare per retribuzioni più giuste, per condizioni di
lavoro adeguate e per il voto femminile. Il suo pensiero era segnato da una
profonda coerenza cristiana, che contrastava con le tendenze dominanti nei
gruppi femministi di ispirazione laica e socialista, in particolare sul tema
dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Nel 1909 la sua
rivista «Pensiero e azione», accusata dalle gerarchie ecclesiastiche di simpatia
verso le tendenze "moderniste", viene soppressa e le sue collaboratrici
confluiscono nella più moderata Unione Donne. La Coari, di fatto delegittimata
dalla Chiesa, negli anni seguenti, abbandonò l'attività sociale e si dedicò
all'insegnamento e alle attività educative e pedagogiche, proponendo una
riflessione e un metodo in significativo contrasto con quanto andava elaborando
nello stesso periodo Maria Montessori. Ritornata all'insegnamento, tra il 1926 e
il 1934 fu incaricata delle ispezioni delle settecento scuole rurali lombarde e
da questa esperienza sorse il "Cenacolo" di Lentate, un corso di didattica
rivolto in particolare alle maestre impegnate nelle campagne. Pur astenendosi da
un impegno politico attivo, nel 1934, aderì al partito fascista, continuando la
sua attività scolastica e pedagogica in istituzioni vicine al regime, sino al
1939, anno in cui andò in pensione.
Fondatrice di un istituto secolare femminile, Adele Coari trascorse la sua lunga vecchiaia dedicandosi all'Opera dei figli di don Orione e a scrivere le sue memorie. Nel 1962 viene pubblicata l'opera che racchiude le sue esperienze nel campo dell'educazione: Ho cercato la mia scuola. Spirito e tecnica. Muore nel 1966.