Ida Baccini e l’istruzione femminile in Italia.
Ida Baccini (1850-1911) è una scrittrice fiorentina, figlia di un direttore di tipografia. Ha una istruzione scolastica tradizionale e una formazione culturale molto ricca per l’epoca, che accresce assai con letture personali vaste quanto disordinate, che influenzeranno notevolmente la sua attività.
Nel 1871 consegue la "patente" di maestra, ma il suo impegno didattico effettivo si svolge lungo un arco di pochi anni. Entra in contatto con Pietro Dazzi, che la introduce nel vivace ambiente editoriale fiorentino della seconda metà dell’Ottocento, di cui facevano parte, a vario titolo, figure come Pietro Thouar, Angelo De Gubernatis, Ferdinando Martini, Collodi e molti altri.
Nel 1875 pubblica il suo libro più famoso, Le memorie di un pulcino, che ottiene da subito un inaspettato, ma rilevante, successo di pubblico. Negli stessi anni inizia un’alacre attività giornalistica, collaborando a La Nazione e alla Gazzetta d’Italia. L’exploit editoriale di Le memorie di un pulcino la indirizza decisamente verso un’intensa produzione letteraria fatta di racconti, romanzi, traduzioni, tra cui Storia di una donna narrata alle giovinette (1889), Con l’oro o con l’amore (1899), Una famiglia di saltimbanchi (1901).
Altrettanto di rilievo è il suo impegno culturale ed editoriale nei periodici per l’infanzia, in quegli anni in piena ascesa. E’ direttrice della rivista per giovinette Cordelia (1884-1911) e, parallelamente, anche del più conosciuto Giornale dei bambini (1895-1906). E’ proprio in questa specifica produzione per l’infanzia e per le giovinette che la Baccini costruisce quasi per intero la sua fama di scrittrice. Una rilettura dell’opera di Ida Baccini è potenzialmente feconda perché consente di sviluppare tanto problematiche di storia della scrittura femminile che questioni di storia dell’educazione.
Alcuni testi di Ida Baccini.
Vi sono varie condizioni nel mondo: chi occupa un luogo, chi ne occupa un altro; chi è alla sommità della scala, chi è al primo gradino. E’ questa la legge comune.
Vi sono operai che lavorano con le loro mani, dei fabbri che modellano il ferro, dei taglialegna che abbattono le foreste, dei minatori che frugano nelle viscere della terra, dei tessitori che tessono la tela.
Vi sono gli agricoltori che coltivano il terreno, che lo fertilizzano e gli fanno produrre in abbondanza il nutrimento necessario a tutti.
Vi sono negozianti e commercianti che comprano e rivendono le mercanzie e le derrate, e le trasportano nelle città e nei villaggi.
Vi sono soldati che difendono il loro paese e versano il sangue per la sua salvezza.Vi sono i magistrati che amministrano e governano le province.
Vi sono dei giudici che rendono giustizia, tenendo una bilancia uguale per tutti e gastigando chi si trova in colpa.
E’ necessario che tutti questi uffici siano adempiuti e che nella vita ciascuno abbia il suo.
Poiché se tutti lavorassero la terra, non ci sarebbero fabbri per fabbricare arnesi rurali.
E se tutti volessero essere fabbri o scalpellini, non vi sarebbero agricoltori i quali provvedessero il nutrimento agli scalpellini ed ai fabbri.
E se non ci fossero i tessitori e i filatori, gli agricoltori e i fabbri non avreb-bero di che coprirsi. Chi farebbe loro i vestiti?
E se non ci fossero giudici per amministrare la giustizia al paese e soldati per difenderlo, il disordine, la rapina e la violenza regnerebbero sovrani.
Non ci lamentiamo, dunque; le cose sono buone così e non potrebbero essere diverse da quello che sono. Ogni creatura che lavora è utile ai suoi simili e adempie all'ufficio che Dio le ha imposto. Non ci sono che gli oziosi e i pigri i quali sieno inutili a Sé e agli altri.
La teorizzazione della scala sociale, nei cui distinti gradi ogni uomo è collocato secondo una ferrea legge che deve veder fermo ciascuno nel proprio stato, di generazione in generazione, sicché la società, com'è di fatto organizzata (anche se si parla dei suo sviluppo) appare eternizzata e idealizzata e diviene misura di tutti gli individui, si fa più esplicita ancora, quando Ida Baccini, nel capitoletto “Una professione”, si domanda, tra l'allarme e lo sdegno:
“Perché i figliuoli aspirano spesso ad elevarsi sui loro padri? Perché il bottegaio vuol fare una maestria della sua figliuola?”
Conclude poi con la celebrazione della nobiltà della tradizione familiare del lavoro (e in definitiva dei ruoli sociali), proiettata in un tempo futuro:
“Com'è bello, alto, l'udire proferire da onesto negoziante: Sono dugento, trecento anni, che di padre in figlio, la mia famiglia fa prosperar questo traffico, quest'arte, quest'industria. Ecco una nobiltà davanti alla quale io mi inchino reverente”
“Com'è bello, alto, l'udire proferire da onesto negoziante: Sono dugento, trecento anni, che di padre in figlio, la mia famiglia fa prosperar questo traffico, quest'arte, quest'industria. Ecco una nobiltà davanti alla quale io mi inchino reverente”
o quando, a proposito del dilemma “ricco o povero”, sancisce la nostra impossibilità di alterare la “legge naturale che l'Autore sovrano dirige a suo piacimento” (la religione, ancora una volta, è chiamata a suggellare l'ordine esistente):
“Io conosco molta gente che dice: Perché vi sono i poveri e i ricchi? Perché ci sono quelli che hanno tutto e quelli che non hanno nulla? E io rispondo: Perché? Perché è impossibile che sia diversamente. Perché tale è la legge naturale che non sta in noi il potere alterare, perché certe differenze di stato dipendono da avvenimenti buoni o cattivi di cui non siamo i padroni e che l'Autore sovrano dirige nel modo che a Lui piace.”
E, poco oltre, quasi echeggiando quanto già era scritto nel Giannetto, la Baccini si industria a dimostrare che, in fondo, non c'è gran differenza fra chi è ricco e chi non lo è:
“Vediamo un po' ora chi è ricco e chi è povero. Ricco è quegli che molto spende; povero colui che spende poco. Ma in fondo non c'è gran differenza fra chi spende poco e chi spende molto. Il ricco, per vestirsi, ha bisogno di stoffe più fini ed eleganti; per mangiare, ricorre alle vivande più delicate; ma, dopo tutto, è molto più avanzato di me, pover'uomo, che non è contento di un buon panno lavo-rato in casa e d'una sobria minestra preparata dalle care mani della donna mia,della madre dei miei figliuoli?
Ha forse, il ricco, un appetito più sano, più gagliardo del mio? Non credo. Ora, se è vero che l'appetito sia la salsa migliore, ho ragione ad affermare che il mio desinare sobrio e modesto è preferibile al suo pranzo elegante e variato. Bisogna dunque concludere che, alla fine della giornata, tanto il ricco che il povero sono giunti al medesimo punto: si sono vestiti ed hanno mangiato.”
Così la scuola dell'Ottocento, anche la più liberale, si sforzava di adempiere alla propria funzione educativa insegnando ai diseredati ad accettare di buona voglia la propria sorte, quando, non addirittura, a considerarla una grazia divina ed una condizione di privilegio.
Pericolosa, infatti, era considerata la tendenza ad alimentare nei poveri le «ambizioni sbagliate» di un innalzamento sociale anche attraverso gli studi e la cultura.