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Ersilia Lopresti

Come si chiama?

Mi chiamo Ersilia Lopresti.

In che anno è nata?

Sono nata nel 1935.

Che titolo di studio ha conseguito?

La laurea in lettere moderne.

Quanto durava il percorso formativo dell’insegnante?

Quando mi sono laureata non esisteva il percorso formativo. L’università consisteva in un unico esame di pedagogia che comunque non era sufficiente a dare una preparazione. Io mi sono trovata il primo anno di insegnamento a dover inventare e ricordare come insegnavano i miei professori e poi a spese mie mi sono iscritta a corsi di specializzazione in psico-pedagogia all' università di Torino e anche alla M.C.E., ossia l'associazione dei maestri elementari,dove ho imparato come si insegnava perché non c’erano corsi di aggiornamento imposti come adesso.

Il grado di preparazione dell’insegnante era sufficiente?

Ho scelto il mestiere dell' insegnante come un ripiego,perchè dovevo pagarmi gli studi all' università, così ho accettato di fare delle supplenze. Quando ho fatto queste supplenze, ho conosciuto dei maestri elementari, che mi hanno fatta appassionare a questo mestiere. Però ho capito anche che era necessaria una preparazione tecnica e una conoscenza degli strumenti per rapportarsi agli alunni.

Ma lei ha insegnato alle elementari oppure anche in altre scuole?

E’ stato un percorso un po' strano. In seconda liceo classico ho fatto l’esame di abilitazione magistrale, perché se facevo l’università  a Roma, a Padova o a Firenze comportava spendere un sacco di soldi e affrontare disagi.

Prima ho fatto l’abilitazione magistrale, poi ho fatto il liceo per non perdere le compagne e ho insegnato alle elementari…partivo alle cinque della mattina con la cremagliera e tornavo alla sera alle sette e mezza. Intanto mi ero iscritta a Roma e poi mi è arrivata una supplenza nella scuola media Archimede . Questo mi è sembrato un sogno, così ho deciso di continuare.

La mia sensazione era quella di una non essere adeguata a svolgere l' impegno che avevo assunto. Negli anni Settanta sono cominciati i corsi di aggiornamento, in quanto era iniziata una politica di interesse verso ruolo dell’insegnante .

Le materie che hanno caratterizzato il suo percorso di studi?

Io  ho terminato il mio percorso di studi nel 1954. Le materie erano più o meno quelle di oggi,  si studiava su dei libri un po' più difficili, c’era poco dialogo con gli insegnanti, c’era molta paura a scuola.

Quindi il rapporto con l’insegnante era molto distaccato e formale?

Io ricordo di aver avuto un insegnante straordinario di italiano, che era così anche al di là delle sue ideologie. Delle elementari non ho nessun ricordo tranne di questo maestro e di quello di matematica, che continuava a mandarmi al posto perché non scrivevo bene il mio nome. Soffrivo per questa situazione  anche fisicamente. Non ho ricordi di amicizie fatte perché probabilmente non c’era un impostazione che lasciava spazio ad un rapporto tra alunni  ma solamente ad un rapporto frontale insegnante-alunno.

Lei ha vissuto serenamente la sua vita scolastica?

Io, quando andavo a scuola, ero molto impaurita e per questo non stringevo amicizia con nessuno. Penso che questo sia dipeso dal mio carattere. Invece i miei nipotini adesso sono contenti di vedere i loro compagni, quando vanno a scuola.

Le lezioni in che maniera venivano impostate?

Non ricordo  come venivano impostate le lezioni, perchè io sono andata a scuola solo in prima elementare in quanto qui a Bolzano le scuole vennero chiuse  nel 1939-1940 .La seconda e la terza classe le ho fatte in casa con un amica di mia mamma, che era la moglie del direttore. Io ricordo un’infanzia di solitudine, non sono andata all’asilo e non ho avuto quel contatto gioioso con altri bambini. In quarta elementare eravamo sfollati e non c’erano classi femminili. Allora mi hanno messo come unica femmina in una classe maschile, dove ho imparato benissimo a giocare a calcio, però anche lì mi sentivo un pò sola. Io ricordo di aver fatto le mie prime amicizie a scuola alle medie e solo lì ho fatto scuola come socializzazione.

Nel periodo in cui lei ha insegnato c’erano più donne o più uomini?

Molte erano le donne insegnanti, molti uomini invece lì vedevo scappare anche se ne ho conosciuti altri che erano convinti ed entusiasti di questo lavoro. Si pensa che questa forma sia stata impostata soprattutto dalla Riforma Gentile. Questa tendenza all’ insegnamento si aveva anche per un fatto economico, perché non erano guadagni eccellenti e quindi poteva andare bene come secondo stipendio, in quanto con quest' ultimo non si riusciva a mantenere una famiglia.

E quindi lo stipendio non era adeguato?

Io vivevo con mia mamma e sono stata contenta perché ero talmente gratificata da quello che mi davano gli alunni che non pensavo che in età più avanzata avrei avuto difficoltà.

Ha sempre avuto buoni rapporti con i suoi alunni?

Si, dopo che ho iniziato a fare queste ricerche, a rapportarmi come insegnante, a capire il mio ruolo ho effettivamente  avuto delle grandi soddisfazioni. Io non posso dire di aver centrato tutti i singoli rapporti  con gli alunni, perché c’era sempre qualcuno che mi sfuggiva però in generale ho avuto delle belle soddisfazioni.

Quindi in classe c’era un clima tranquillo?

Si, tranquillo. Dicevano che io avevo una voce soporifera, che induceva all’addormentamento però vedevo che c’era corrispondenza.

Ho iniziato  ad insegnare nel 1955 in una pluriclasse di bambini che venivano dal bosco e che avevano problemi di geloni. Ricordo che con questi alunni ho avuto grosse difficoltà.

C’ erano ragazzi tedeschi nella sua classe?

No, c’erano solo italiani.

Basandosi sui ricordi di suo padre cosa ricorda?

Mio padre era appassionato del suo lavoro tanto è vero che abitavamo vicino al convitto ed era sempre  lì al lavoro. Lui era laureato in legge però aveva fatto un concorso per direttore di convitti nazionali era stato forse lui che mi aveva inculcato questa riflessione in merito all’ educazione. Lui si rendeva conto che gli insegnanti erano inadeguati e non avevano gli strumenti. Lui aveva contatti con le famiglie in difficoltà, aveva contatti con bambini spesso difficili. Ricordo mio padre sempre sui libri, era entusiasta della Montessori. Naturalmente lui non era un oppositore al fascismo aveva la sua bella tessera; non ricordo in lui una particolare insofferenza al regime. So che i ragazzi erano sempre al centro della sua attenzione.

In che percentuale erano gli insegnanti uomini e donne?

Mio padre mi diceva sempre che dovevo fare l’insegnante, perché secondo lui l’insegnamento era un buon mestiere per una donna. Questa era l’idea della donna, la quale veniva considerata migliore in questo ruolo rispetto all uomo, perché considerata più materna nei confronti dei bambini. E’ probabile quindi che questa sia stata una spinta alla femminilizzazione dell’ insegnamento.

La stessa cosa è avvenuta al suo tempo quando andava a scuola lei?

Una persona deve essere portata all’insegnamento, infatti ci sono persone validissime che però non sanno insegnare.

Ricorda come venne accolto e poi considerato l’Istituto Magistrale?

Eravamo in quindici in quarta ginnasio e poi siamo rimasti in otto, quindi c’era una grande selettività. La quarta e la quinta ginnasio erano molto pesanti, perché bisognava imparare tutto a memoria, c’era un professore che ci tirava i libri addossoe se noi ci tenevamo per mano ne facevano una tragedia. Dovevamo fare un grande studio a memoria della sintassi latina e dei verbi.

L’apprendimento era di tipo nozionistico- mnemonico?

Ricordo ad esempio di aver letto i Promessi Sposi e di non aver capito niente, poi quando gli ho riletti a scuola come insegnante, ho scoperto che erano interessanti.

Al liceo poi l’insegnante di italiano mi fece gustare la poesia, ma era lui solo, per il resto è stata solo una grande fatica, perché non avevo tanta memoria e poi mi mettevano in soggezione.

Non capivo niente, continuavo a studiare a memoria fisica e così ora non mi è rimasto nulla di questa materia.

Lei ha notato una differenza nel trattamento che si riservava agli alunni maschi rispetto alle alunne femmine?

Al liceo non c’erano classi miste. Dopo come insegnante ho frequentato dei corsi alla Mendola. L’unica soddisfazione era quella di andare a scuola vestite da Piccole Italiane, in quanto ci vestivano con la gonnellina nera, una camicetta bianca, una cravatta e un berretto. In seconda elementare ci chiamavano Figli della Lupa e Piccole Italiane.

A scuola venivano trasmessi i valori tipici del fascismo?

Io non ricordo d’essere stata influenzata in questo senso. Mi piaceva solo il vestito, non arrivavo ancora a capire che c’era un influenza ideologica, perché ero troppo piccola, probabilmente se di messaggi ne sono passati io non me ne sono mai accorta.

Ricorda che cosa comportasse la gravidanza per un insegnante?

Non sono mai stata in gravidanza, però ricordo che al convitto c’erano delle disposizioni che invitavano i direttori ad assumere donne in gravidanza. Per esempio ricordo di una mia collega che era in gravidanza e così non venne assunta. C’erano evidentemente queste disposizioni.

Ha mai conosciuto qualcuno che ha insegnato nelle Katakombenschulen?

Io conosco una signora che ci andava il pomeriggio, però non era una vera e propria Katakombenschule. Lei si metteva i libri sotto il cappotto e poi andava da insegnanti privati.

Allora i tedeschi non avevano la possibilità di un insegnamento nella loro lingua madre. Infatti nel 1970 ho fatto l’esame di bilinguismo e mi sono ritrovata con dei tedeschi che sapevano l’italiano meglio di me ed erano stati bocciati a questo esame, perché non avevano le basi della loro lingua.

Alla fine conoscevano meglio l’italiano e avevano invece delle lacune nella loro madrelingua.

Quando si è trovata nella classe con soli maschi, percepiva un trattamento diverso nei suoi confronti da parte degli insegnanti?

No, però comunque non rendevo a scuola, perché probabilmente c’era qualcosa di fondo che dipendeva o dalla situazione o dagli insegnanti. Infatti mi dicevano che ero distratta,

che non rendevo e che ero chiusa in me stessa.

Il comportamento dell’insegnante al di fuori della scuola incideva nella vita scolastica?

Ci doveva essere una preparazione adeguata per avere così un insegnamento efficace e io mi ricordo in particolare le domeniche che passavo a correggere i compiti, non riuscivo a staccarmi dal lavoro .Nel ramo tecnico era più facile che ci fossero degli insegnanti preparati, soprattutto per il disegno tecnico c’erano dei professori che andavano a scuola per imparare ad insegnare queste cose. Mentre per noi insegnanti di lettere non c’era questa preparazione.

Negli anni Settanta ci sono state le contestazioni studentesche, dove noi ci trovavamo per studiare delle strategie soprattutto per fare venire i ragazzi a scuola, perché era un momento in cui c’era una situazione molto grave e di isolamento.

Quanti giorni le spettavano di ferie ?

Tanti, più di adesso. Le scuole iniziavano il primo di ottobre e durante l’ estate non si faceva nulla. Si era liberi.

Durante l’ anno?

C’era il giorno libero e in più le solite festività che in seguito hanno eliminato e poi riaggiunto.

Che ruolo hanno avuto la religione e l’ educazione fisica?

Partendo dalla prima elementare, all’inizio e alla fine della giornata scolastica si recitava la preghiera. In quel periodo, ricordo che c’erano dei bombardamenti ed io avevo talmente paura che pregavo in continuazione. Non ricordo però di aver avuto un insegnamento ossessivo, però l’ educazione risentiva di piccoli ricatti, sensi di colpa. Non ricordo nemmeno che questa avesse avuto un taglio particolarmente forte dal punto di vista religioso.

La disciplina veniva impartita attraverso l’ uso della bacchetta, non ricordo di essere mai stata picchiata.  Quando insegnavo per me l’ ordine in classe era indispensabile .Ho provato a lasciare  libero gioco agli alunni, ma non è servito a niente. Credo che un alunno debba essere indotto all’interesse della materia ,ma   se questo non avviene bisogna anche imporsi e far si che l’ alunno la studi, altrimenti non si lavora senza ,però non per questo si deve  ricorrere alla violenza fisica.

Ricorda di aver perso un insegnante perché contro al regime fascista?

No, non ne ho neanche sentito parlare. L’ ho letto poi in seguito su alcuni testi e riviste.

E suo padre non ha mai conosciuto un insegnante che è stato costretto ad abbandonare il posto di lavoro perché non aveva aderito al regime fascista non accettando così la tessera?

Non mi risulta . Però non esclude che non  lo abbia mai incontrato.

La vita extrascolastica dell’ alunno influiva su quella scolastica?

La mia esperienza si riferisce ad un collegio ,dove erano necessari dei principi pedagogici molto umani, perché c’erano ragazzi piuttosto ribelli.

Com’era impostata l’ educazione in Alto Adige? L’ ha mai percepita come un ruolo differente dal resto d’ Italia?

Non saprei fare un confronto. Qui in Alto Adige a livello di convivenza la situazione era molto grave. Ricordo che mia madre mi raccontava che nei negozi, dopo il diciotto settembre, c’e’ stato un periodo dove non vendevano la merce gli italiani e non li  salutavano nemmeno più …

C’e’ stato un momento di grossa tensione.

Emergeva qualche particolare visione della donna nei libri di testo?

No, perché si lavorava soprattutto sul mondo della natura e degli animali. La figura della donna come mamma veniva in un certo senso sfruttata.

Ricordo inoltre l’esistenza di un libro di testo delle scuole elementari, dove si inneggiava alla pace sociale; era illustrato il primo giorno di scuola in cui il bambino accompagnato dal padre operaio teneva per mano il bambino accompagnato dal padre ingegnere e tutti andavano d’accordo. Il messaggio che si voleva lanciare era quello che la scuola era un momento di socializzazione, di pace sociale e la lotta di classe cessava nel momento in cui le bambine si trovavano a scuola. Non ho idea di che testo fosse questo, però era mistificante perché in realtà l’ingegnere si faceva i fatti suoi e l'operaio anche.

Che materiale didattico veniva utilizzato?

Il mondo naturale era molto presente nei materiali didattici, forse più di adesso. Ricordo, però, che i lavori domestici venivano considerati piuttosto ridicoli In convitto ad esempio, c’era l’ orto, dove i ragazzi lavoravano durante l’ora di giardinaggio.

I lavori donneschi potrebbero essere utili nel curricolo scolastico di oggi?

Si, ma senza distinzioni. Io penso che sia importante il lavoro manuale, indipendentemente dal fatto che la ragazza possa lavorare il legno e il ragazzo lavorare a maglia.

Intervista effettuata da :Quirini Deborah, Sacchet Serena, Bovenzi Rosella