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Decio Molignoni

Cercherò di essere molto breve, eviterò l’autobiografia, non voglio dirvi chi sono,ma voglio dirvi quali sono state le mie origini, la mia formazione per giustificare quelle che sono le idee che poi verrò esponendo. Ognuno di noi è vittima dell’educazione che ha avuto, dell’ambiente in cui è vissuto, delle informazioni e della formazione che ha subito. Io sono nato il 31 dicembre del 1915, quest’anno compio 87 anni, sono tanti, mi fanno paura perché ci arrivano in pochi. Durante la naja gli alpini dicevano: "la va a pochi", pensavano alla fine della guerra e al ritorno a casa. Sono nato a Brezza in Val di Non dove mio padre era dirigente scolastico e mia madre insegnante; si sono sposati e l’Austria Ungheria obbligava allora la moglie a starsene a casa.

Mio padre, vi dico subito, era un socialista battistiano, cioè convergeva su Cesare Battisti, con il quale aveva dei rapporti, dei colloqui, ecc… e faceva propaganda socialista in Val di Non e Val di Sole, lui era della Val di Sole mentre mia mamma era della Val di Non e quindi operava in quel settore. Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra. L’Austria Ungheria voleva tamponare le falle per garantirsi l’impunità da parte dei propri sudditi perché erano sudditi austriaci.

Il Trentino (rispettivamente la Venezia Giulia, Trento e Trieste) che cosa fece? Pensò di prendere tutti coloro che erano indiziati come italiani, i socialisti e anche i cattolici che volevano l’avvento dell’Italia, volevano la caduta dell’Impero austro- ungarico e volevano arrivare al terzo tempo del Risorgimento italiano vero a concludere questo periodo l’annessione di Trento e Trieste in Italia. L’Austria Ungheria ha pensato bene di prenderli e metterli via.  Il primo campo di concentramento ufficialmente costituito fu quello di Katzenau, (l’isola dei gatti , tradotto in italiano), intendiamoci, non aveva i forni crematori, non aveva quelle forme di violenza che sono state usate con gli ebrei a Matthausen, ad Auschwitz, ecc…  

Era sulle rive del Danubio accanto alla città di Lienz, lì avevano fatto questo campo di concentramento e tutti gli indiziati venivano trasportati lì, ammanettati come prigionieri. Mio padre è stato catturato tra settembre e ottobre del 1915, io sono nato subito dopo. Sono venuti a casa, lo hanno ammanettato e lo hanno portato via ed è andato a finire a Katzenau. Il 16 giugno del 1916 mio padre morì di stenti, di fame, di miseria perché il campo di concentramento era quello che era . L’inno di Katzenau dice: "oh voi gavette insipide di acqua e di navoni (perché si mangiavano tutti i giorni solo acqua e navoni…. Basta…… non c’era nient’altro) oh baionette lucide ( le baionette dei sergenti di coloro che guardavano il campo, le guardie) profossi oh voi baroni ( perché tutti i campi erano governati da ex baroni; i nobili li prendevano e li davano questo incarico di guidare il campo. I profossi erano gli aiutanti) se un dì sarete memori del tempo che già fu diteci diteci diteci che non ci siete più". Ne sono morti 300, 350 su circa 1500 che erano, ma questi erano prigionieri politici, portati lì e lasciati a vivacchiare, a morire finché la guerra fosse finita. Perché vi dico questo? Vi dico questo perché io ho assorbito il credo socialista e sono ancora oggi socialdemocratico e morirò tale. Non sono uno di quelli che hanno fatto salti mortali dalla destra alla sinistra, al centro. Sono stato notevolmente coerente e di questo ne sono orgoglioso: coerente con me stesso, con la mia storia, mio padre e tutto il complesso della mia vita. Io ho assorbito con il latte materno il credo socialista, in casa, perché mia mamma pur essendo cattolica, credente e praticante, ha assorbito molto il socialismo democratico di mio padre; vivevano insieme e andavano d’accordo. Ricordo una cosa soltanto, il mio battesimo antifascista perché l’antifascismo o è vero o è falso, se è vero deve avere origini profonde, deve essere nato "tempor uscillis", non l’altro ieri o un anno fa o dieci anni fa. Io ricordo il giorno in cui venne la notizia del ritrovamento del cadavere di Matteotti. Giacomo Matteotti era il capogruppo dei socialisti democratici di Montecitorio di allora ed era un uomo molto intelligente deputato del Polesine, uno che sapeva fare l’opposizione. Gli ultimi discorsi per esempio di Matteotti sulle elezioni che aveva fatto Mussolini, elezioni tutte masturbate direi, non leali, non regolari, tutte artefatte. Matteotti aveva documentato sezione per sezione le malversazioni. Mussolini ha perso il "self control" e ha detto ad alcuni dei suoi: "ma fin quando me lo farete sopportare", praticamente ha chiesto che lo facessero fuori e naturalmente la squadra operativa è entrata in funzione: sono andati sotto casa, hanno aspettato che uscisse, lo hanno caricato in macchina, lo hanno portato via e lo hanno ammazzato. Ricordo il giorno in cui è stata ritrovata la salma, il pianto dirotto di mia madre e soprattutto il senso di avvilimento di dolore che esprimeva questa donna. Io avevo 7 anni e non potevo capire esattamente il significato, ma vedevo mia madre ridotta in condizioni spaventose, piangeva. Non ho mai sentito mia madre dire una brutta parola, ma in quel momento sì, le invettive non le ripeto, ma le ricordo lanciate all’indirizzo di Mussolini ed al fascismo.

Le origini del mio antifascismo sono molto remote nel tempo, addirittura di quando in quando si offuscano nella mia memoria. Questo lo dico non per fare dell’autobiografia, ma per dirvi che un’idea deve essere maturata lentamente e assorbita perché poi possa condurti per tutta la vita. Adesso è facile fare dell’antifascismo, ormai si può fare senza nessun pericolo, ma il vero antifascismo è quello del periodo cruciale, del periodo duro.

Mia mamma è stata una delle primissime insegnanti che sono state mandate in Alto Adige a insegnare l’italiano ai tedeschi, a Cermes di Lana, quel paese che c’è tra Lana e Merano. Mio fratello ed io andavamo a scuola alle elementari di Maia Bassa.

Dopo la quinta elementare mia mamma ha chiesto il trasferimento nella provincia di Trento perché voleva che facessimo le scuole medie, cioè l’istituto magistrale. Abbiamo frequentato la scuola a Lavis in provincia Trento. Mia mamma ha insegnato fino alla fine della seconda guerra mondiale. Io ho consolidato il mio antifascismo con la montagna, credo di essere uno degli ultimi orfani di Katzenau. Sono anche uno degli anziani del C.A.I, club alpino italiano. Conosco molto bene l’Adamello la Presanella, il Cevedale, le Breonie, le Venoste, ecc.. In montagna c’era un ambiente, in parte anche antifascista.

Ho insegnato a Bolzano dal primo ottobre del ’38. Il provveditore agli studi al quale ho dovuto presentarmi, mi ha guardato e mi ha detto: "Ma che mi mandano anche i Balilla a fare i maestri?" Questo perché ero giovanissimo, avevo 18 anni, io gli ho risposto: "Balilla no, ma Avanguardista!" Nel frattempo mio fratello era morto ed io ero rimasto solo, figlio unico di madre vedova di guerra, perseguitata politica. Avevo tutti i requisiti per non fare il soldato, ma mi hanno chiamato alle armi lo stesso. La domanda era arrivata a tutti gli universitari, l’aveva fatta Achille Starace che era il segretario del partito nazionale fascista. C’era una barzelletta che circolava su Starace, si diceva che quando presentava Mussolini, aveva scritto sulla mano: "Salutate nel Duce il fondatore dell’Impero. Si raccontava che non riuscisse a ricordare nemmeno quelle tre righe per presentare Mussolini, quando parlava a Palazzo Venezia, a Roma o in qualsiasi altra circostanza ed occasione.

In seguito ho frequentato la scuola di alpinismo di Aosta, ero uno di quelli che se ne intendevano di montagna. Poi sono diventato ufficiale, sottotenente degli alpini e mi hanno mandato al nono alpini di Gorizia, il battaglione della Julia.

Cosa può dirci di sua mamma?

Di mia mamma posso dirvi che era antifascista. A scuola bisognava andarci in divisa, vi erano divise per i ragazzi, Balilla e Avanguardisti, e per i maestri, ufficiali.

Le donne dovevano indossare una gonna nera e una camicetta bianca con lo stemma fascista sul petto.

Mia mamma si era messa in lutto il giorno che ha saputo della morte di mio padre, cioè nel giugno del 1915 ed è morta in lutto, è stata in lutto tutta la vita, sempre vestita di nero,.

Mia mamma quando ha sentito che le maestre dovevano mettere la divisa ha detto: "Io non la metto" e ha scritto una lettere al provveditore di Trento che era Molina, un uomo molto comprensivo, un uomo che io ricordo con molta simpatia.

Ha scritto una lettera dicendo che ella si rifiutava di indossare la divisa perché vedova di guerra, perseguitata politica dell’Austria Ungheria ecc… ecc… Il provveditore Molina, mi ricorderò sempre, ha telefonato e ha detto:" Venga da me, si faccia vedere". Io l’ho accompagnata e al provveditorato degli studi di Trento ha detto di non poter indossare la divisa per rispettare la memoria di suo marito e quella dei caduti di Katzenau.

Mia madre disse che preferiva essere licenziata che indossare la divisa. Allora il provveditore le disse di stare tranquilla e di non preoccuparsi. Io , che ero in disparte, mi rivolsi a Molina dicendo: "Guardi provveditore faccia mettere a me quella camicetta bianca, ma non a mia mamma" .Il provveditore ci ha lasciati andare e non ha preso provvedimenti.

Mia mamma era molto ben voluta qui a Cermes perché era una delle prime insegnanti che hanno insegnato l’italiano ai tedeschi. Nelle scuole non si poteva parlare in tedesco.

Questo è stato un grosso errore del fascismo, errore che paghiamo ancora oggi con le incomprensioni, con il prevaricare della Volkspartei.

L’errore è stato quello di togliere ad un popolo la loro la lingua, gli usi, i costumi, le manifestazioni e a costringerli ad assumere un’altra lingua, altri usi, altri costumi, praticamente a snaturarsi.

Mia mamma era ben voluta perché era una donna infelice e perché aveva perso due figli, di cui uno morto di spagnola nel 1919 subito dopo la guerra e il marito a trent’anni a Katzenau .

Vivevamo al maso Garber che è vicino al Felderhof dove fermava il trenino.

Mia mamma soffriva per le sofferenze dei tedeschi. I tedeschi si confidavano molto con lei, specialmente la signora Garber .

Mia madre si dispiaceva delle loro sofferenze anche se gli austro-ungheresi le avevano ucciso il marito. Ella non poteva esimersi dal soffrire con loro, dal vedere che queste forme di malversazione continuavano, quelle che l’Austria Ungheria aveva fatto precedentemente nei confronti degli italiani.

...e gli alunni che aveva?

Prego?

...e gli alunni che aveva sua mamma erano

Tedeschi

...erano quasi tutti tedeschi?

Tutti, tutti , può immaginarsi a Cermes non c’era un italiano, c’era solo lei e la signora Visenteiner.

Mia mamma, che era vissuta sotto l’Impero austro-ungarico, masticava un po’ di tedesco e quindi facilitava la comprensione ai suoi alunni, diceva madre Mutter, dico per dire quattro parole, e Vater ecc….padre.

Le materie più importanti nelle scuole d’allora erano la lingua e l’aritmetica.

Si studiava tutto a memoria . Oggi non si studia più tutto a memoria, ci sono tutt’altri metodi, altri sistemi.

Era una fatica improba insegnare ai tedeschi, tant’è vero che mia madre pur non trovandosi male perché era circondata dalla stima e da un certo apprezzamento, non dico affetto, ma apprezzamento di questa gente, dei signori Garber, dei figli… chiese però il trasferimento. Lo fece per noi, per ragioni di studio.

Mio fratello morì nel frattempo e io feci le magistrali a Trento, sia le inferiori che allora erano 4 anni, sia le superiori che erano 3 anni. 7 anni complessivi, dagli 11 ai 18, poi mi sono subito iscritto al Magistero. Alla Reggia di Torino ho fatto due lauree una in materie letterarie, italiano e storia e una in pedagogia e il diploma alla vigilanza scolastica. Dopo la guerra scelsi la via della vigilanza scolastica, che mi lasciava molto tempo libero, tanto più che facevo politica e avevo bisogno di libertà.

La scuola fascista era esasperatamente nazionalista, nazionalista nel senso bieco della parola, cioè il contrario di internazionalista, l’opposto di una scuola che cerca contatti e rispetta le altre lingue, le altre razze, i rapporti culturali con gli altri paesi. Una nazione chiusa in se stessa con la propria cultura e che esalta esasperatamente gli aspetti eroici della sua storia. Mussolini era un dittatore, non era Hitler e non era neppure Mao Tse-Tung, in Cina, siamo giusti era un dittatore italiano e come tale aveva anche lui i suoi saggi moti di cuore ecc…

Dal fascismo non bisogna aspettarsi atti eclatanti di violenza, a parte la violenza iniziale del delitto Matteotti.

Molti intellettuali quando è salito al potere Mussolini hanno dovuto tagliare la corda.

Pertini che è stato presidente della repubblica italiana pochi anni fa, è dovuto scappare alle isole Lipari, a Ponza e poi di qua e di là in esilio, Saragat è andato in esilio in Austria, dall’Austria è passato alla Francia ed è rimasto in Francia fino alla fine della seconda guerra mondiale, Togliatti è dovuto fuggire in Russia.

De Gasperi, cattolico, quindi democristiano, successivamente è andato in Vaticano a nascondersi, a fare il bibliotecario.

Mussolini si è liberato di tutta la gente di cultura, della gente democratica. Si è liberato di tutti mandandoli in esilio, mettendoli in prigione, allontanandoli e si è circondato di buffoni. Naturalmente ci sono le eccezioni, per esempio Grandi che era un ex liberale passato al fascismo, Bottai, che è stato ministro della pubblica istruzione e che era un uomo di cultura, Balbo che era un grande combattente. Balbo è ricordato per aver fatto la trasvolata atlantica.

Con un idrovolante è partito dal lago di Bolsena ed è arrivato in America.

Mussolini insomma si è sbarazzato di tutti gli uomini di cultura, Croce l’ha messo da parte, ha messo da parte tutti i filosofi, i professori universitari ecc…. tutti o aderivano al fascismo o dovevano dare le dimissioni e andarsene, insomma…

Io ho avuto all’università di Torino Carrara un insegnante che era l’ultimo discepolo di Carducci. Era un professore di italiano, pur non avendo mai ritirato la tessera del PNF.

La prima operazione di un dittatore è quella di liberarsi degli avversari, di coloro che la pensano diversamente, che ragionano in altro modo. Questi si circonda invece di gente malleabile che può dominare, che dicono sempre signor si in poche parole. Questo fenomeno si è verificato con Hitler in Germania, con Franco in Spagna e di Mao Tse-Tung in Cina.

Alla dittatura fascista io ero contrario in partenza, ma ammetto anche sono state fatte anche cose buone, altrimenti non sarebbe stata al governo per vent’anni.

Fondamentalmente, sia il nazismo in Germania, il franchismo in Spagna, il fascismo in Italia, il comunismo di Mao Tse-Tung, il comunismo russo di Stalin ecc…hanno come principio quello di sottomettere la popolazione e guidarla dove vogliono loro.

Mussolini aspirava a grandi gesta e così ha fatto l’impresa d’Africa per esempio.

Le lauree e i diplomi durante l’era fascista erano rilasciati in questo modo: a nome di sua maestà Vittorio Emanuele III, re d’Italia e di Albania, (perché era stata annessa l’Albania) e imperatore d’Etiopia (perché era stata conquistata l’Etiopia). Erano cose che facevano ridere!

La scuola fascista era fondamentalmente nazionalista, una scuola che esaltava, che glorificava, che magnificava sempre le grandezze e le glorie nazionali, misconoscendo quello che era l’internazionalismo, i valori degli altri popoli, delle altre culture ecc..., chiudendosi sempre più in se stessa. Pensate io nel 1932 sono andato per avevo avuto la pagella più bella di tutto il Trentino, in Germania.

Indossavo una divisa particolare, pantaloni grigi e una camicia nera con scritto in grande TRENTO . Vi era un rappresentante per ogni provincia d’Italia. Siamo stati a Berlino, ad Amburgo, a Dresda, a Lipsia e abbiamo fatto il giro di tutta la Germania sotto la guida naturalmente di ufficiali della G.I.L., Gioventù Italiana del Littorio. Siamo stati presentati al principe d’Assia che aveva sposato una Savoia , la figlia di Vittorio Emanuele III e a Göring che era il ministro della guerra.

Questo è stato l’unico viaggio che io ho potuto fare fino al 1945. In questo periodo Hitler e Mussolini stavano preparando l’alleanza tra Germania e Italia. Ricordo che c’erano delle ragazzine che gridavano Hi Hitler, Hi Hitler, insomma, una manifestazione proprio di nazionalismo deleterio. La scuola…..

Eravate 80 studenti che avete fatto questo viaggio?

Noi eravamo 80-85

C’erano delle ragazze?

No eravamo tutti ragazzi.

Come mai?

Guardi non è che il fascismo abbia aiutato il ceto femminile. Vedeva le donne a casa a fare le massaie rurali e ad allevare i figli. Compito della donna era quello di fare figli durante il fascismo.

Ma siccome questo era un viaggio di merito, un premio per una pagella……

Niente, solo maschi. Mi ricordo l’impressione che mi ha fatto l’ambiente tedesco che era ancora più militarizzato, fascistizzato del nostro. Tant’è vero che quando sono tornato mi sono reso conto che erano più schiavi di noi, più fascisti di noi. La caratteristica fondamentale di tutte le dittature è il nazionalismo bieco, perché esaltano esageratamente le glorie, io non dico di misconoscerle, ma neanche di eccedere. Voi sapete chi era Balilla vero? Balilla, era un ragazzotto…… che a Genova aveva tirato un sasso contro i tedeschi che stavano lavorando dietro ad un mortaio che era affondato nella melma. Il nazionalismo prevede un libro di testo unico dalla Sicilia al Brennero, libro di lettura e un sussidiario. Li davano gratis, questo bisogna ammetterlo, c’era questo vantaggio. Il libro di lettura iniziava dicendo: " I bimbi d’Italia si chiaman Balilla". E’ assurdo che di questo ragazzino ne abbiano fatto un eroe, sassi ne abbiamo tirati tutti. C’era una canzone che diceva: "Fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria, e l'intrepido Balilla sta gigante nella storia... era bronzo quel mortaio che nel fango sprofondò, ma il ragazzo fu d'acciaio e la madre liberò."

Tutti i brani del sussidiario erano sempre impostati sul Duce. Mi ricorderò sempre che c’era un brano che diceva : "Suonavano a distesa le campane di Rocca delle Camminate: era nato Mussolini". Rocca delle Camminate è0 una frazione di Predappio , nel forlinese, dove è nato Mussolini e dove è sepolto. Potete immaginarvi, per la nascita di un bambino non si suonano le campane, ma dovevano metterla in questi termini, non si poteva semplicemente scrivere il giorno 29 luglio 1883 è nato Benito Mussolini, era un tripudio, in fieri. Questa era l’impostazione della scuola fascista.

Lo sentiva già in questi termini quando era bambino?

Io sentivo già tutto e ho sofferto. Ho opposto anche resistenza finché è stato possibile per esempio io in divisa mi ci sono messo solo all’ultimissimo momento, quando mi hanno richiamato al settimo bersaglieri di Bolzano per fare il corso di allievo ufficiale. Non potevo esimermi insomma. Sotto la camicia nera portavo quella bianca con la cravatta rossa. Mi ricorderò sempre l’ispettore Zorzi di cui ero amico perché anche lui era antifascista pur dovendo vestire la divisa. Appena finita la riunione o la adunata, andavo in gabinetto, mi toglievo la camicia nera e rimanevo in borghese con la mia camicia bianca e la cravatta rossa. Io non potevo fare resistenza perché avevo mia mamma e non la potevo abbandonare, se no sarei andato con Gigino Battisti in Svizzera o se no in Francia con i fuoriusciti, con Saragat, con Nenni.

Sua mamma aveva uno stipendio da insegnante e anche una pensione come vedova di guerra?

Pensione niente, ha avuto una pensioncina finché abbiamo raggiunto i 14 anni.

Sua mamma non insegnava in quel momento?

No non insegnava.

Quando ha rincominciato ad insegnare non ha avuto più la pensione?

No, ha avuto lo stipendio che le consentiva di mantenersi da sola.

La scuola che ho frequentato era essenzialmente una scuola del leggere, scrivere e fare di conto. Alle scuole superiori tutto dipendeva dall’impostazione del professore e spesso veniva a mancare il pensiero critico in quanto era una forma di protesta, una sorta d’opposizione al Regime.

Alle Magistrali erano presenti materie quali psicologia, metodologia della didattica….?

No, no ai miei tempi la scuola era molto povera e queste materia erano del tutto assenti.

Nonostante la mancanza di pensiero critico, la personalità dei professori spiccava lo stesso. Ricordo per esempio il professor Mosna, i cui discorsi iniziavano tutti con: "eravamo in trincea"…questo perché era stato un combattente. Era un’insegnante che ricercava l’eroismo, l’eccezionalità.

Come mai ricorda solo insegnanti uomini?

Ah beh, perché dalle medie inferiori fino all’università non ho mai avuto un’insegnante donna, era una società, quella fascista, prettamente maschilista.

Ma alle elementari c’erano maestre vero?

Alle elementari sì, gli uomini erano relativamente pochi.

Ricordo che all’università avevo come docente di storia il professor Cognasso, del quale sono ancora usati i libri di storia, di italiano, come ho già detto, il professor Carrara. Dovete sapere che quest’uomo è stato l’ultimo allievo di Carducci. Il professor Gribaldi insegnava invece geografia e Abbagnano filosofia. Conoscete i libri di Abbagnano?

sì io ricordo di aver studiato suoi libri di Abbagnano.

Un’ altra caratteristica della scuola fascista è quella di essere una scuola mnemonica. Noi non dovevamo studiare solamente la poesia a memoria, ma anche la prosa, ricordo che imparavamo interi pezzi dei Promessi Sposi, Dante…….Si intende esercitare la memoria è importante, ma non bisogna esagerare.

Studiavate i classici allora a scuola?

Sì, sì Manzoni, Dante, Pascoli, D’Annunzio. D’Annunzio era molto importante perché rappresentava la figura del fascista per eccellenza e poi perché era amico di Mussolini. Veniva chiamato l’"orboveggente" perché aveva perso un occhio in guerra.

Che influsso ha avuto la Riforma Gentile sugli studenti?

Noi abbiamo solo sentito parlare della Riforma Gentile, sapevamo che Giovanni Gentile era il Ministro dell’Istruzione e nient’altro. Il fascismo non ha applicato la Riforma Gentile, ma la sua. La Riforma gentile sarebbe stata senza dubbio meno rigida anche perché era d’ispirazione liberale.

Sono uscito dalle scuole medie con delle lacune enorme dovute all’impostazione chiusa che il fascismo aveva dato alla scuola.

Le letture delle biblioteche scolastiche erano libere o controllate?

Non farmi dire che non c’erano biblioteche

Non c’erano biblioteche a scuola?

No, assolutamente, la scuola d’oggi ha molte attrezzature che prima della guerra non c’erano. C’era solo il minimo indispensabile, si andava a scuola solo con il sussidiario, il libro di lettura e la penna.

Durante il fascismo, come durante tutte le dittature non c’era libertà di parola, ricordo però che giravano tante di quelle barzellette…….erano anche queste una forma di protesta, un tentativo d’irrisione, ma potevi raccontarle solo a chi conoscevi bene, non ti azzardavi a raccontarle come si fa oggi nei bar. Ve ne racconto una: un ubriaco si aggira per le strade urlando : " Viva il Duce che conduce", " Viva il Duce che conduce"……..allora un tale affetto da insonnia si affaccia alla finestra e grida: "Vai farti sfottere te e il tuo choffeaur"

Cosa ci può dire riguardo alla disciplina?

Ah la disciplina era molto rigida. La punizione più utilizzata era quella della sospensione ed essa comportava inevitabilmente abbassamento del voto di condotta che era incisivo per la promozione.

La vostra vita extrascolastica aveva delle conseguenze sulle valutazioni scolastiche?

Vi era solo la valutazione dell’attività fascista. Per esempio a Bolzano c’era il premio Mussolini che premiava appunto l’attività fascista. I premi andavano dalle 100.000£ al 1.000.000£. Io ho sempre vinto il minore, una somma sotto la quale non si poteva andare.

Intervista effettuata da Munerato Sara, Brunner Elena e Quirini Deborah