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Riflessione ]

Conclusione

Dopo aver analizzato i vari aspetti della figura dell’insegnante durante il fascismo, possiamo esporre alcune conclusioni.

Da un confronto dell’educazione fascista con l’educazione moderna emerge chiara l’assenza di libertà tipica della prima.

La possibilità di esprimere sé stessi, l’apertura al dialogo costruttivo, l’accettazione delle diversità (etniche e culturali) sono alla base di una formazione che può realmente dirsi tale.

Come sostiene il pedagogista americano Dewey (1859-1952), lo studio della storia ci dimostra che solo la democrazia, rispettando i valori dell’individuo, del confronto e della socializzazione degli interessi, assicura le condizioni necessarie per l’efficacia del fatto educativo.

La scuola non deve, quindi, operare un’azione coercitiva nei confronti dell’alunno, imponendogli una particolare visione del mondo, ma deve portarlo allo sviluppo di una propria prospettiva sulla realtà.

L’insegnante ha il compito di offrire al discente gli strumenti per rendersi via via sempre più autonomo. Non bisogna scordare che i giovani rappresentano il domani, sono la maggiore risorsa della società, e per questo devono essere educati ad essere propositivi ed indipendenti.

Da parte sua, l’alunno non deve limitarsi ad un apprendimento passivo e scolastico, ma deve cercare di interagire attivamente con l’insegnante e i compagni. I contenuti non vanno semplicemente assorbiti, ma rielaborati e fatti propri, mediante un’assimilazione creativa, consapevole, personale.

Alla luce di quanto detto, pensiamo che, in ogni parte del mondo l’educazione non si debba fondare sul celebre motto "credere, obbedire, combattere", bensì sullo slogan "riflettere, essere critici, saper ascoltare e comprendere".